La Rosa di Campo, l'Uomo Aquilone e la Donna d'Argento



La Rosa di Campo dormiva nel Vento quando improvvisamente tutto si mosse: “Un vuoto d’aria” pensò lei, a volte succedeva che lui si distrasse per un momento, magari incantato a guardare la Luna. Ma non era un vuoto d’aria e tutto prese a vorticare e lei volò veloce a destra e sinistra, su e giù, davanti e poi indietro e ogni metro d’aria che faceva ne perdeva due; e intorno tutto vorticava: le nuvole piangevano spaventate, alcune di arrabbiavano con il Vento che le spingeva qui e là e soffiavano fulmini e saette, gli uccelli planavano veloci a nascondersi sulla Terra e la Luna sembrava scomparsa dal cielo mentre le stelle si tenevano strette con le unghie alla tenda blu tessuta dai loro stessi ricordi che le sorreggeva.
La Rosa di Campo non capiva cosa succedesse e tutto andava troppo veloce perché lei riuscisse a pensare come fare a capire. Così planando si ritrovò in scivolata su di una via: la gente scappava tenendosi le mani sulla testa, gli animali si rifugiavano dove potevano, gli alberi si scuotevano strillando alle foglie di aggrapparsi forte per non perdere per sempre i loro GenitoRami, le erbe di campo si chinavano verso la Terra pregandola di stringere le loro radici per non farle volare via e tutto si bagnava di lacrime di nuvola tanto che ai lati della via fiumi di lacrime copiose scorrevano rapendo le foglioline cadute, prima ancora che riuscissero a salutare per sempre le loro MammeCorteccia.
Al centro della via, incurante di tutto stava un uomo anziano, con le braccia aperte e i capelli scompigliati borbottava qualcosa tra le ire del Vento. Teneva gli occhi chiusi perché sassolini e foglioline tristi non ci finissero dentro .
La Rosa di Campo, terrorizzata perché non capiva il motivo di tanto odio da parte del Vento, gli finì quasi addosso e sfiorandogli il volto lo sentì ripetere a se stesso: “…io sono un aquilone, io sono un aquilone…”. Lei gli urlò di scappare e nascondersi dal Vento che arrabbiato lo sferzava sempre più forte, ma le persone non ascoltano mai i fiori e lui rimase lì. Cosa inutile, riuscì a pensare lei scossa e tremante, perché anche se fosse un aquilone non sarebbe comandato dalla mano dell’uomo che tiene il suo filo ma dalla volontà del Vento che gli permette di esistere. E il Vento, i fatti lo dicevano, non era sempre buono.
Puf!
La Rosa di Campo aveva sbattuto con forza contro qualcosa e sentì il calore di una mano cingerla. Alzò gli occhi e vide la Donna sul cui petto la Rosa si era arenata, la teneva gentilmente sul cuore con la mano proteggendola dal Vento infuriato e camminava contro di lui quasi a sfidarlo. Era una Donna dai Capelli d’Argento e con gli occhi blu come il cielo di notte, però era giovane, no vecchia, no giovane, a volte era giovane e a volte era vecchia ma era sempre bella e alla Rosa di Campo ricordava qualcuno ma non sapeva chi. Sapeva solo che lì stava bene anche se la Donna camminava contro il Vento che le agitava i capelli arrabbiato.
Camminò con la Donna d'Argento al caldo del suo cuore per qualche ora, o forse giorno, poi il Vento come aveva iniziato smise di essere arrabbiato. La Donna, tutta bagnata dalle lacrime delle nuvole, aprì la mano e mentre la Rosa di Campo beveva le lacrime constatò “Tò, hai perso un petalo…” alla Rosa di Campo si fermò il cuore!
Dov’era il suo petalo? Dov’era finito? Perché il Vento glielo aveva strappato? Cosa aveva fatto la Rosa di Campo di cattivo per meritare questo? Perché il suo povero petalo era stato portato via, abbandonato a se stesso e sicuramente morto di paura?
La Rosa di Campo era così disperata per il suo petalo da non accorgersi che la donna aveva mormorato sorridendo “Ma gli altri stanno tutti bene” prima di alzarla al Sole pallido e lasciarla volare via con il Vento.


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Estate



I racconti della Rosa di Campo vanno in vacanza. Augurando buone ferie riprendiamo in Autunno.
Il Sole accompagni le vostre giornate, una promettente e caliente Luna sorrida alle vostre notti e che il Vento vi porti sempre a scoprire nuovi mondi.
Ci rivedremo con le prime foglie gialle...

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La Bambina e il Drago

Il drago era appostato sulla spalla della bambina mentre nel suo lettino morbido ascoltava la storia che la madre le stava leggendo. La notte era arrivata  danzando al suono dei grilli e la luna aveva salutato il sole baciandolo sulla fronte, con un sorriso materno di chi mette a riposare un sogno. Le parole della madre giocavano a nascondino nelle orecchie della bimba, che nel frattempo si trastullava con delle piccole fate che le intrecciavano i capelli corvini, con nastri ricavati dai sorrisi delle lucciole.
Anche se non stava ascoltando, la bambina si faceva cullare dal ritmo di quelle parole sussurrate mentre l’orologio della sua stanza ticchettava le ore sonnecchiando , come un vecchio che si addormenta su una sedia a dondolo.
“…. Il drago era verde…” senti dire ad un certo punto. La madre aveva sottolineato quelle parole come se fossero di estrema importanza e lei , come se si fosse svegliata in quel momento, ancora immersa nel suo mondo fantastico, disse sussurrando con la sua vocina di bimba:
Rosso…
La madre sorrise e le accarezzò la testolina ciondolante: “ No tesoro mio, è verde, i draghi sono verdi….”
Le fate si voltarono e guardarono quell’essere strano che per loro aveva la stessa forma di un alieno distratto con i minuscoli sopraccigli alzati, scuotendo la testa con fatesca disapprovazione.
La bimba guardò la madre confusa poi si voltò verso il drago che si dondolava sulla sua spalla e succhiava avido un peperoncino caramellato, e assunse un’espressione perplessa.
Persino gli uccellini nascosti nell’orologio a cucù si affacciarono timidi, sorpresi dall’affermazione guardandosi l’un l’altro senza emettere neppure un “PioPio”.
Rosso , ti ho detto…”  mugugnò la bimba tirandole la manica del vestito, come per svegliarla.
La madre pensò che la sua bambina era davvero tenera nei suoi tentativi,  ma credendo di doverle insegnare come va il mondo le disse : “ Guarda, è scritto nel libro….”
Il Piccolo drago guardò la madre della bimba e poi la sua piccola amica che nel frattempo aveva incrociato le braccia stizzita. Sorrise complice  e con un piccolo verso buffo le fece capire che non si doveva arrabbiare, in fondo quella signora non poteva sapere come era davvero fatto un drago.  Fece un occhiolino,  ma per la fretta non riuscì a controllarsi e starnutì bruciando un lembo del cuscino, mettendosi le mani sulla bocca per la vergogna.
La bimba allora sospirò e guardò la madre , “che peccato” pensò , “che peccato che non possa vedere le fate, e non sappia come sono fatti i draghi”. Guardò il libro che la madre teneva in mano e capi che i libri non sempre dicono la verità, così  rispose:
“ E io che ne so? Non so leggere…
La madre, deliziata della risposta intelligente della bimba ricominciò a leggere la storia del drago, verde, verde come il muschio di notte,  verde come l’erba la notte di San Giovanni . Mentre la bimba con la testolina piegata osservava sognante il suo di  drago, che nel frattempo si era rannicchiato sulla testa della madre per sentire la storia di quel drago strano, ed era  proprio rosso, rosso come i nastri che la nonna le legava nei capelli, rosso come i secchielli che portava sulla spiaggia,  rosso come le stelle marine e i pesci dell’acquario , rosso come il vestitino della domenica che le piaceva indossare solo di lunedì, rosso come le fragole e le ciliegie che vanno sulle crostate alla crema.
E finalmente si addormentò e sognò di volare assieme al suo drago verso una casetta al centro di un giardino, mentre il vento le sorrideva e faceva un inchino di benvenuto.

Copyright: Santaria for Pattisserie epicee
(in effetti la conversazione tra la bambina è la madre è avvenuta, e mia madre se ne ricorda ancora)


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La Rosa di Campo, i Gitani e la Vecchina del Fuoco



La Rosa di Campo volava da così tanto tempo da pensare di aver smesso, dondolava nel Vento e si cullava in sogni di giardini fioriti e ogni tanto si immalinconiva al ricordo del suo campo di erbe di campo. Il Vento danzava con le nuvole dell'Estate alzando le gonne felici di donne accaldate, cullava la Rosa di Campo e giocava, giocava e cantava. Le nuvole correvano volando con il Vento e la Rosa di Campo come cavalli selvaggi, riposavano alla sera addormentandosi alla vista della Luna e sorridevano al mattino alla vista del Sole. E tutto era così naturale e la vita era così uguale istante dopo istante che il Tempo fuggiva, si fermava, giocava a nascondarella e mai sembrava passare.
Ma improvvisamente il Vento virò come un falco che abbia scorto una preda, corse tanto veloce che la Rosa di Campo ebbe paura di cadere, e in effetti cadde: il Vento andò in picchiata verso una casa nel mezzo della campagna attirato da musiche antiche e colori sgargianti persi tra il verde smeraldo dell’erba nutrita da buona acqua. E la Rosa di Campo planò con lui aprendo i petali all’aria e trovandosi posata sul bianco candido di un grande ombrello, nel mezzo del prato, del mezzo del campo.
Prima ancora di aprire gli occhi la Rosa di Campo sentì la musica e le risa, il Vento cantava allegro e vorticava attorno a una Vecchina allegra con i capelli rossi di Fuoco. Vide bambini correre sull’erba a piedi nudi, stoffe dondolare dai rami di grandi alberi allegri, uomini e donne lentamente adagiati sui prati si riposavano, ridevano, suonava e camminavano fra loro vestiti di colori e di espressioni serene e vivaci. Davanti a una casa due uomini suonavano senza badare al caldo dell’Estate, fra gli uomini una donna danzava, una si eccitava commossa, alcune tessevano, altre insegnavano, qualcuno beveva, qualcuno mangiava, qualcuno guardava con la sorpresa negli occhi bambini e affamati. Su di loro la grande casa oscurava di fresca ombra con i suoi colori, la Rosa di Campo scorse prima i colori dei Giochi dipinti sui muri, poi quelli sugli scalini che portavano dentro.
E il Vento la portò nella grande casa: la culla piena di libri, le erbe sulla cucina vecchia come il mondo, e marionette, carte del futuro, quadri che facevano girare la testa, argilla e pelli d’animale ovunque, fino al grande trono con le corna e le pelli bianche di erbivori del Nord, fino ai disegni del Fuoco e al nido dove riposavano le rondini. Poi la volò fuori, passando fra le Rose grandi e felici del giardino, fra i Girasoli  sgranati come grida di bambini e la Lavanda profumata come i ricordi, fra le Peonie vanitose e le erbe di campo sagge, e volando e volando la posò fra le mani della Vecchina dai Capelli Rossi come Fuoco.
La Vecchina accolse la Rosa di Campo di verde vestita, le sorrise e la lanciò in aria benedicendola di sorpresa, e sorridendo di gioia le ricordò: tu sei una fata.
E la fata aprì un occhio, uno solo. E Sorrise.
E la Rosa di Campo stordita volò ancora con il Vento, sentendo dentro di sé un sorriso e fuori di sé un occhio aperto.
E piano a piano si ricordò…



(dedicata a D.: che il Deserto canti sempre assieme a te, ieri, oggi, domani e per sempre. Piccola Grande Sorella, grazie.)
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Il Bambino Melograno



In un mondo al di la del mondo. Dove i suoni danzavano assieme silenzio, viveva un bambino con i capelli di grano. Il bambino era nato un giorno da un fiore di melograno e sua Madre trovandolo in giardino, non ebbe cuore di lasciare sull'albero quel perfetto bocciolo.
Il bambino melograno era piccolo, ma così piccolo che lo si sarebbe potuto benissimo tenere sul palmo di una mano. E lui, che la natura aveva fatto furbo come le volpi che abitavano il giardino, si nascondeva negli angoli per non farsi trovare perché amava guardare i grandi dai luoghi più nascosti. Perché sapete questo bambino nato dal nulla aveva paura di tutto, ma proprio di tutto. Tanto che il giorno in cui era nato una gazza si fermò a guardarlo nel bocciolo pensando di aver trovato una gemma, e gli sorrise dicendo “che bello che sei”  e lui  per lo spavento perse la parola. Così la Mamma, che sapeva cogliere i frutti quando è tempo, gli insegnò ad usare la lingua delle fate che non aveva parole ma solo sussurri e segni.
Nella casa rossa al centro del giardino aveva vissuto con tutti quelli che la Mamma aveva accolto negli anni: un babau che non voleva fare paura a nessuno, ma che purtroppo nonostante gli sforzi otteneva scarsi risultati; una fata con un un’ombra a forma di drago che a volte, quando meno te lo aspettavi, partiva di singhiozzo e bruciava le pareti della casa; un  bambino vanitoso ma così vanitoso da litigare con il proprio riflesso su chi fosse più bello, lanciandogli insulti e pernacchie che, si sa, gli specchi rimandano indietro di santa ragione; e una bambina saetta trovata durante un temporale, che ogni tanto starnutendo lanciava fulmini e saette e invece di piangere, come fanno tutte le bambine normali, faceva piovere dentro casa e visto che piangeva tanto, alla fine restavano sempre allagati.
Un giorno di un anno qualunque, nella casa rossa al centro del giardino successe un fatto strano. Il bambino, svegliandosi dalla scatola di fiammiferi posta sul comodino del bambino vanitoso nella quale dormiva, sentì solo silenzio. Di scatto si alzò, perché era cosa risaputa che il bambino vanitoso russasse rumorosamente per tener sveglio di notte il suo riflesso, in modo da fargli venire gli occhi pesti. Il letto del bambino vanitoso era misteriosamente vuoto. Il bambino melograno allora, scese velocemente dal comodino con la scala di bastoncini di gelato che il babau che non voleva fare paura gli aveva costruito, e che lui aveva cominciato ad usare, solo dopo aver costretto i topolini di casa ad andare su e giù per un giorno intero, per vedere se fosse una trappola.
Sceso lesto sul pavimento di legno, il bambino melograno corse dritto dritto in cucina dove, sapeva, la mamma a quell’ora era intenta a preparare i biscotti al cioccolato che gli serviva ogni mattina. Ma la cucina era inspiegabilmente vuota. Neppure i biscotti erano pronti, cosa che lo indispettì alquanto.
Allora preso dalla paura cominciò a gridare “Mamma, mamma dove sei?!?” nella lingua fatata che aveva appreso da piccolo. Ma nessuno gli rispose, neppure la bambina saetta che di solito non perdeva mai occasione per parlare di piogge e temporali.
Il bambino melograno si fece prendere dal panico “Sono solo, mi hanno lasciato solo!” pensò sbarrando gli occhi grandi “Ma come è possibile che siano tutti spariti” si chiese. Un pensiero terribile gli sovvenne: si ricordò infatti che la Mamma una notte mettendolo a letto, gli parlò dei Mangiasorrisi esseri appartenenti alla famiglia dei trolls che andavano in cerca delle persone felici, e quando le trovavano Gnam! si pappavano tutta la felicità lasciandoli senza più risate.
Il bambino melograno sussultò e senza indugio tirò le somme : “I mangiasorrisi sono passati di qua e hanno rapito la mia Famiglia, e visto che io quando rido non emetto suoni mi hanno lasciato dormire” pensò. Anche le formiche che l’avevano seguito in cucina annuirono terrorizzate alle conclusioni del bambino melograno.
“Devo trovarli” decise repentino “non mi piace stare solo!” disse alle formiche che gli si erano raccolte intorno “Mi mancano tutti, persino il bambino vanitoso e quello scemo del suo riflesso, e poi...” sentenziò “...ho fame di biscotti al cioccolato!”.
Dopo aver preso la decisione il bambino melograno chiamò a raccolta i topolini di casa “Topi...” disse “...io ora vado in cerca della Mamma, fate la guardia alla casa!” disse con faccia seriosa “Salverò la mia Famiglia dai Mangiasorrisi e li riporterò indietro sani e salvi!”. I topini che erano abituati alle stranezze del bambino melograno annuirono annoiati.
Il bambino melograno partì e camminò per ore ed ore, ma visto che era piccolo, che dico piccolo, piccolissimo non fece più di qualche metro all’interno del giardino.
Ad un certo punto sentì un rumore tra le piante di melanzana. Terrorizzato si nascose dietro una foglia spinosa, ma la curiosità di vedere cosa vi fosse aldilà gli fece fare capolino con la testa e quello che vide lo stupì alquanto.
Una grossa Talpa pelosa gli dava le spalle indaffarata a scavare una buca. Il bambino, che odiava perdere tempo prezioso, lo apostrofò “Signora Talpa, mi perdoni” disse con estrema educazione, la Mamma l’aveva infatti educato per bene.
“Signora Talpa, scusi…” disse ancora avvicinandosi. Ma la Talpa non sembrava accorgersi di lui. Decise allora, contro ogni regola del galateo, di tirare il folto pelo dell’animale. La Talpa si volse ma visto che era cieca non vide nessuno e  si rimise così a scavare la buca alla quale stava lavorando. Il bambino melograno allora capì che la Talpa non poteva vederlo, né ovviamente capiva quello che lui le stava dicendo usando la lingua delle fate “Stupido animale analfabeta” pensò “Farò a meno di te, troverò bene qualcuno che parli la mia lingua”. E si rimise in cammino.
Continuò a vagare per ore ed ore, perdendosi all’interno del vasto giardino che per lui era grande quanto una foresta, fino a quando in una piccola radura sotto un papavero vide un buffo animale verde in una strana posizione. Coraggiosamente chiese “ Scusi lei, ehm… signor verdognolo…” la cavalletta si voltò e con una abile mossa di arti marziali si mise a molleggiare in posizione di difesa “Piccolo incomprensibile straniero” disse “come osi disturbarmi mentre mi sto allenando per i campionati giardinali di Kung—duh?” . Il bambino melograno che non sapeva nulla di Kung- duh ma sapeva riconoscere un idiota alzò il piccolo sopracciglio e cominciò  a grattarsi il mento pensieroso. “E io che credevo che dopo aver conosciuto la bambina saetta non avrei mai potuto incontrare un essere più scemo, devo ricredermi” pensò.
“Scusi mi dispiace disturbarla ma per cortesia saprebbe indicarmi la dimora dei Mangiasorrisi?” chiese speranzoso addolcendo ogni parola con un sorriso. La cavalletta lo guardò con disprezzo e continuò ad allenarsi facendo roteare le grosse tenaglie “non capisco un’H di ciò che dici bambino strano, allontanati prima che ti stenda con un destro” lo avvertì.
Il bambino melograno lo guardò con sguardo cattivissimo, ma così cattivo che più cattivo non si può e mentre arrabbiatissimo covava il più assoluto risentimento verso quell’animale maleducato, notò che ad ogni mossa di Kunk-duh  della cavalletta una ragnatela posta sopra il papavero tremava vistosamente.
Il bambino melograno allora sorrise e cominciò a provocare l’animale “Signora cavallettaaaaaaa... “ disse tirando fuori la lingua e facendo buffe capriole. La cavalletta infastidita  sentenziò “Ti avevo avvertito piccolo circense senza lingua adesso sperimenterai il potere del Kung-duh e delle sue mosse segrete, appena avrò finito con te sarai diventato una spazzola spelacchiata” e così dicendo si mosse saltellando a destra e a sinistra, su e giù scoordinatamente facendo versi strani come iahhhh e uhhhhh .
Fu a quel punto che la ragnatela posta sopra il papavero gli cadde addosso rovinosamente, avvolgendolo nelle sue braccia appiccicose.
“Sono stato aggredito, sono stato aggredito” urlò la cavalletta “questa mossa non l’avevo prevista, piccolo traditore, ti distruggerò, ti masticheròòòòò, ti …”  “si, si certo” disse il bambino melograno “sei la cavalletta più temibile del giardino tze tze ma sicuramente non quella più intelligente” ridacchiò allontanandosi.
Dopo essersi scostato dal buffo insetto però il bambino melograno si sentì strano, cominciò a percepire una profonda tristezza, oramai la notte era arrivata e lui non aveva ancora ritrovato la sua Famiglia. Allora si sedette a terra sconsolato e gli venne da piangere. Le lacrime scesero una ad una velocemente senza che lui le potesse fermare.
“Non li troverò mai” pensò “E resterò solo, nessuno capisce la mia lingua e quindi non posso chiedere indicazioni, e questo giardino e pieno di idioti , ormai è tardi i Mangiasorrisi avranno già mangiato le risate di Mamma e degli altri” singhiozzò disperato.
Ma una stella cadente piccola e luminosa che stava solcando il cielo, sentì il suo lamento e capì le sue parole, perché le stelle cadenti viaggiando tanto nel cielo conoscono tutte le lingue del mondo, pure quelle delle fate. Allora impietosita chiamò le sue sorelle, le quali scesero sulla terra e si riunirono attorno al bambino melograno.
“Cos’hai piccolo” chiesero.
Il bambino melograno preso dalla sua disperazione non si rese conto di essere capito e cominciò ad urlare “Hanno rapito la mia Famiglia e sono rimasto solo, Se li sono presi i Mangiasorrisi e ora sono senza Mamma e senza Fratelli e non ho neanche un biscotto al cioccolato”
Le stelle risposero il coro “Dicci dicci cosa desidereresti avere”. “Vorrei che tutto tornasse come prima e vorrei sentire il profumo dei biscotti appena sfornati” disse piangendo sommessamente con un fil di voce. Allora le stelle cadenti gli intimarono con dolcezza “Chiudi gli occhi, senza indugio”. Il bambino melograno nonostante la disperazione guardò le stelle sospettoso e pensò “Mh mi dovrei fidare di questi esserini luminosi? Quella più piccola ha uno sguardo che non mi piace…” Però pensò anche di non avere più nulla da perdere e sospirando chiuse gli occhietti. “Mmmh non succede niente pensò, mi stanno imbrogliando, mai fidarsi di quelli che parlano in coro” allora aprì gli occhi pronto a redarguire le stelle.
Ma non era più nel giardino e non era più notte. Era di nuovo nel suo lettino, posto sul comodino del bambino vanitoso. Sorpreso si alzò di scatto e scese febbrilmente la scaletta di bastoncini di gelato. Il cuore gli batteva all’impazzata mentre correva verso la cucina. Un tonfo lo fece sussultare ma quello che vide lo immobilizzò di gioia: il babau che non faceva paura aveva spaventato la bambina saetta che aveva starnutito un potente fulmine che era andato a colpire il didietro del bambino vanitoso, ora lui e il suo riflesso urlavano improperi impronunciabili.
Ma fu quello che vide in cucina a farlo sciogliere fino alle lacrime: la bambina con l’ombra di drago stava aiutando la Mamma a sfornare i biscotti, il profumo dolciastro si era espanso per tutta la casa.
“Mamma, Mamma!!“ gridò correndo verso di lei il bambino melograno.
“Piccolo mio, non correre o ti farai male, guarda ho appena sfornato i biscotti”.
Il bambino melograno si fermò di fronte alla teglia,  storse il naso e alzando il sopracciglio disse: ”Mhhh biscotti al kiwi, avrei dovuto specificare al cioccolato, lo sapevo che quelle stelle cadenti erano delle imbroglione!”.


Copyright: Santaria for Luka
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Il Bambino Melograno, gli Echi bisognosi e il Sacco Magico




All'interno della grande casa rossa al centro del giardino quella notte il bambino melograno nel suo lettino non riusciva proprio a prendere sonno. I suoi piccoli piedini, si muovevano nervosi dentro la scatola di fiammiferi che era il suo lettuccio. Ascoltava il ritmico russare del bambino vanitoso che, si sa, russava rumorosamente solo per tenere sveglio il suo riflesso, così da fargli venire gli occhi pesti.
Però non erano i rumori porcini del bambino vanitoso a tenerlo sveglio quella notte, ma uno strano nervosismo che era cominciato all'ora di cena, quando la Mamma sorridendogli gli aveva fatto trovare sul tavolo il suo piatto preferito. Mentre si stava per avventare con la sua solita voracità su quel piatto meraviglioso, una voce all'improvviso disse: "Ho paura".
Il bambino melograno allora con la forchetta a mezz'aria guardò in cagnesco la bambina saetta, che gli era seduta accanto e con gli occhi torvi le infilzò la mano. La bambina saetta spaventata lanciò un fulmine che finì sulla lasagna carbonizzandola, per poi piangere di rabbia così tanto, ma così tanto, da spegnere l'incendio nel suo piatto.
"In fondo è risaputo che il pasto e un momento sacro, e come dice sempre la Mamma, è vero che i miracoli non esistono ma un pò di buona educazione è bene impartirla" pensò annuendo il bambino melograno mentre masticava soddisfatto un pezzo di lasagna.
Terminata la cena però, mentre il babau che non voleva fare paura stava costruendo un marchingegno complicato per far divertire la bambina ombra di drago e la Mamma e il bambino vanitoso giocavano con le carte a Scoprilaporcheria, il bambino melograno sentì di nuovo quelle voci: "Siamo qui!" dissero le voci.
Il bambino melograno che era pauroso, paurosissimo, si spaventò a tal punto da correre in cucina e nascondersi nel barattolone del sale grosso per non farsi più trovare. Ma mentre i grani di sale gli pungevano il didietro piccolo, piccolissimo, le sentì di nuovo: "Dove credi di nasconderti?!".
Il bambino melograno si mise a tremare tanto, ma così tanto che il sale grosso divenne fino e gli entrò nel nasino minuscolo, facendolo starnutire. Poi, arrabbiato e spaventato si mise ad urlare con tutto il fiato che aveva in gola: "Via! Andate via, non voglio sentirvi! Che volete?"
"Niente, non vogliamo niente" risposero le voci "vogliamo solo stare qui con te".
Così il bambino melograno ancora tremava nel suo letto al ricordo di quelle voci, sembravano tante vocine piccole, piccole, appiccicose come i cioccolatini sciolti al sole e non lo lasciavano in pace, non lo lasciavano neppure dormire.
Il mattino dopo al risveglio scese la scala di bastoncini di gelato, mogio. Non aveva chiuso occhio quella notte e aveva gli occhi pesti, tanto che il riflesso del bambino vanitoso sorrise, sogghignando soddisfatto: c'era qualcuno messo peggio di lui.
In cucina trovò la bambina saetta che stava preparando ad occhi chiusi la tisana svegliarella e mezza addormentata gliene porse una tazza, ma la tazza cadde per terra irrimediabilmente.
"Ma sei proprio distratto, peggio di me nei miei giorni migliori" disse lei. Però appena l'ebbe detto si mise le mani sulla bocca aperta dalla sorpresa.
"Che ti prende bambina inutile?" chiese il bambino melograno "Guarda che faccio l'imbranato solo per farti compagnia!" le rispose irritato.
Ma la bambina indicò terrorizzata in silenzio la sua piccola manina. Era sparita!
Prima che il bambino melograno potesse urlare dalla paura, la bambina saetta aveva già organizzato una riunione di famiglia in cucina.
"Sono ancora i mangia sorrisi!" sentenziò la bambina saetta.
"E' un incantesimo che ha lanciato quell'invidioso del mio riflesso!" rifletté il bambino vanitoso guardando con occhi torvi il suo riflesso, che preso dal panico muoveva le mani negando ogni cosa.
"E' ovviamente un caso di invisibilite" disse il babau che non voleva fare paura "Posso chiamare un mio vecchio amico troll e chiedere consiglio".
Ma la Mamma e la bambina con l'ombra a forma di drago si guardavano pensierose.
Fu la Mamma a parlare:
"Bambino mio, che ti succede? Cos'è che non mi hai raccontato?" gli chiese.
Il bambino melograno però cominciò a sentire di nuovo quelle vocine piccole piccole che gli parlavano: "Ho fame!" dicevano, "Ho freddo!" continuavano, "Tienimi  la mano!" un'altra gridava.
Il bambino melograno si sentiva strano, non riusciva a sentire più nulla fuorché quelle vocine, era come se fosse immerso in un bicchiere d'acqua e tutto gli arrivasse ovattato.
Non sentì neanche la Mamma che diceva "Purtroppo credo siano gli Echi".
La bambina saetta, che conosceva solo l'eco che faceva la sua voce quando gli altri si stancavano di sentirla parlare, chiese: "Ma che sono questi echi, dei vermi pelosi forse?".
"No" rispose la mamma "Sono le voci di quelli che prendono senza dare. Poiché non sono in grado di dare nulla che non siano richieste, non diventano di carne ed ossa ma restano solo voci".
"Ma perché sta diventando invisibile il bambino melograno? Se continua così lo perderemo!" piagnucolò la bambina saetta mentre guardava il naso del bambino melograno scomparire.
"Ecco, bambina mia, gli Echi prendendo senza restituire l'amore alla fine ti rubano tutto, pure l’anima" disse la Mamma senza sorridere.
"Ma cosa possiamo fare?!?" urlò il bambino vanitoso che non voleva perdere il suo compagno di stanza e restare solo con il suo riflesso.
"Aspettare!" disse la Mamma, e la bambina ombra di drago annuì perché lei sapeva fin troppo bene cosa la Mamma intendesse.
I giorni passarono e il bambino melograno scompariva sempre di più: piccolo ma che dico piccolo, piccolissimo! Si nascondeva sempre più spesso in giardino  dietro il grande albero, dove le formichine impietosite ogni tanto gli portavano un fiore appena colto o facevano i giochi di prestigio con le molliche di pane.
Ma quelle vocine insistenti non lo abbandonavano neppure un attimo: "Sei carino sai? Ho sonno! Non so cosa fare! dammi un sorriso!".
E lui diventava sempre più piccolo, sempre più trasparente, tanto che una volta il babau che non voleva fare paura l’aveva scambiato per un bicchiere e aveva provato a versarvi dentro succo di mirtillo bagnandolo tutto.
Il bambino melograno non riusciva neanche più a piangere, perché ogni lacrima che produceva scompariva prima di arrivare sulla guancia, tanto che la bambina saetta doveva piangerne di sue per poi appoggiargliele sulle gote di nascosto, affinché lui non se ne accorgesse.
Un mattino però, mentre il bambino melograno era seduto sotto il grande albero di quercia ad ascoltare quelle vocine, sempre più numerose, sempre più appiccicose, da dietro una pianta di girasole apparve un bambino.
Aveva il sorriso più bello che il bambino melograno avesse mai visto, aveva dei capelli attorcigliati come i tentacoli di un polpo e portava con se un grande sacco colorato.
"Ciao!" disse il bambinoPolpo.
Ma le voci ricominciarono, sempre più insistenti, sempre più vicine, tentando di trascinare il bambino melograno ancora una volta nel loro mondo ovattato: "Stai con noi! abbiamo bisogno di te! Ascoltami! Rassicurami! Ho freddo!".
Fu in quel momento che il bambino polpo urlò: "SMETTETELA!".
Il bambino melograno sgranò gli occhi grandi e un po’ di colore apparve sulle sue guance trasparenti. Lui le sentiva!
Ma sospettoso si mise la testa tra le gambe trasparenti per evitare di guardarlo, in fondo era pur sempre uno sconosciuto ma che dico sconosciuto, sconosciutissimo.
Il bambino Polpo gli si sedette accanto, aprì il suo sacco colorato e ogni volta che una vocina provava ad insidiare il suo nuovo amico, lui la prendeva delicatamente e la riponeva nel sacco che sembrava fatto della stessa sostanza delle nuvole o dei sogni.
Le ore passarono, ma il bambino Polpo succhiando un bastoncino di liquirizia raccontò al bambino melograno dei posti in cui era stato, degli animali che aveva visto, dei sogni che aveva esplorato e, mentre parlava, ogni tanto catturava una vocina e la riponeva nel sacco.
Fu così che ad un certo punto, il bambino melograno si accorse di sentire ogni parola sempre più nitidamente e incominciò a sognare i posti che il bambino polpo gli raccontava, a sentire i profumi del mari che aveva navigato e la pelliccia morbida degli animali che l’avevano seguito.
Aprì gli occhi e quello che vide lo fece tremare di gioia: non era più trasparente!, le sue manine erano colorate di rosso per quanto le aveva strette e i suoi capelli biondi erano tornati del colore del grano.
Si voltò e vide il bambino polpo sorridere e sorrise di rimando.
Allora senza pensare troppo gli disse: "Io abito la!".
"E allora è là che verrò anch’io!" rispose il bambino polpo.
E senza dirsi altro si avvicinarono alla grande casa al centro del giardino, mentre la Mamma, che sa sempre quando è tempo di guardare dalla finestra, li osservava con un piatto di biscotti in mano e il babau che non voleva fare paura era già di sopra a costruire un lettino in più.




Copyright: Santaria for Luka
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La Bambina Piccina Picciò e il Bambino del Fiume



In un paese piccino picciò c'era una foresta fuori dal tempo fatta di noci e querce giganti. Le felci erano alte quanto un palazzo e i funghi grandi quanto una casa, c'erano insetti con ali di cristallo e gnomi che correvano veloci.
Nella foresta gigante viveva una bambina piccina picciò coi capelli lunghi, lunghi fino ai piedi, sui quali ogni tanto inciampava cadendo in avanti o all’indietro. Viveva in una radura piccina picciò al centro della foresta gigante, da sola.
Era stata trovata dai lupi che l'avevano nutrita, ma poi un giorno il branco aveva lasciato la radura e si era spostato a nord per trovare più cibo e non morire. Ma lei, che aveva le gambe piccine picciò, al primo balzo di lupo cadde inciampando e allora, con gli occhi colmi di lacrime piccine picciò, era rimasta per paura di non riuscire a proseguire.
Questa bambina, nonostante i genitori adottivi le avessero detto di avere gli occhi dei lupi che di notte fanno vedere più lontano, aveva una grande paura del buio mostruoso. Così, quanto la foresta si ammantava di buio, lei  si copriva gli occhi terrorizzata e scappava nei più nascosti anfratti per farsi accarezzare i lunghi capelli dai ragni gentili.
All'imbrunire di un giorno qualunque, nella foresta dei maestosi giganti, la bambina piccina picciò si accorse di aver perso la strada per la familiare radura. La notte stava arrivando veloce sul suo carro argentato e lei correndo in tondo giunse al bordo di un fiume che non aveva mai visto. Si mise a piangere chiudendosi gli occhi in attesa dei mostri che l'avrebbero uccisa. Ma ad un certo punto si accorse che c'erano altri singhiozzi che si intercalavano ai suoi.
Allora spostò un dito, poi un altro, un altro ancora, e vide un panciuto orcio d’argilla. L'orcio tremava ad ogni singhiozzo, emettendo un tonfo disperato.  Era un orcio crepato, piccolo e sporco steso sull’erba medica ai piedi di un fungo.
La bambina lo prese nelle mani piccine picciò e l'accostò al petto per vedere se i tonfi che sentiva fossero quelli del suo cuore che batteva forte forte dalla paura.
"Aiutami!" sentì all'improvviso chiedere. 
Ma la bambina piccina picciò per la paura grande, grande che provava lasciò cadere l'orcio che rotolò su di un sasso e si scheggiò.
Lei  spaventata la raccolse da terra e la baciò come facevano i lupi,  perché i baci, le avevano insegnato,  rendono sempre tutto meno doloroso.  Ma siccome era impulsiva come tutti i cuccioli di lupo, nella foga del bacio tolse il tappo e il contenuto uscì tutto fuori.  Era un bambino del fiume con gli occhi azzurri ma così azzurri che sembravano fatti d’acqua.
“Grazie” disse il bambino accomodandosi sulle onde del fiume “Mi avevano messo in quell’orcio sporco e puzzolente e da li non vedevo più la Luna”.
“Di niente” disse la bambina piccina picciò “Ma se mi vuoi davvero ringraziare resta con me stanotte perché io ho paura del buio”.
Il bambino del fiume e la bambina piccina picciò restarono insieme fino all’alba e parlarono dei lupi e delle fate che si nascondono nell’edera verde,  parlarono dei rospi che cantano sulle ninfee e delle libellule che vivono sul fiume. Quando arrivò l’alba il bambino del fiume allungò la mano e disse “Per te” era un piccolo campanellino d’argento “Così saprò come trovarti” disse lui prima di sparire.
Ogni notte la bambina piccino picciò, nonostante la paura, tornava al fiume e incontrava tra i flutti il bambino del fiume. Ogni notte parlavano di fate e di ragni, di sogni e di profumate campanule. Ogni notte lui allungava la mano e diceva “Per te” lasciandole ora una piuma, ora una bolla, ora una pietra focaia. E poi ogni notte spariva.
La bambina andava in giro con tutti i colorati doni del bambino del fiume senza capire a che servissero, però li portava con sé e ad ogni passo dondolando come un fiore al vento. Una sera il bambino del fiume scomparve  e non riapparve le notti seguenti.
La bambina tornava sempre al fiume ad aspettarlo ma lui non veniva più a trovarla. Lei arrabbiata raccontava ai girini che il bambino non esisteva e se l’avesse rivisto non gli avrebbe più rivolto la parola, come fanno tutti i bambini piccini picciò quando sono arrabbiati, eppure ogni sera tornava al bordo del fiume.
Ma in quelle lunghe notti solitarie la bambina imparò ad ascoltare il rumore delle correnti e il suono che fanno gli  alberi quando vengono invitati a ballare dal vento,  imparò i diversi modi per suonare un campanellino d’argento e chiamare le stelle a raccolta, imparò ad usare le piume per disegnare porte e sentieri che la portavano ogni giorno in regni fatati,  imparò ad accendere un Fuoco senza bruciarsi e ad usare una bolla per indovinare i desideri degli scoiattoli. Imparò notte dopo notte a usare tutti gli strani doni che lui le faceva ogni volta, battendo le mani dalla gioia quando scopriva una cosa nuova. La bambina piccina picciò si accorse anche che se non si metteva le mani davanti agli occhi di lupo vedeva davvero più lontano e che quelli che lei chiamava mostri erano solo ombre che danzavano gentili, guidate dal chiarore della Luna.
Una notte si stese a pancia in giù al bordo del fiume con l’orecchio sul prato ad ascoltare i respiri sommessi della terra. Con la coda dell’occhio scorse un’immagine sullo specchio del fiume. Vide i capelli lunghi lunghi e con occhi grandi grandi  si guardò come se si vedesse per la prima volta. All’improvviso dietro di lei vide apparire il bambino del fiume.
Allora si voltò per abbracciarlo ma era sparito di nuovo. Smarrita ritornò con lo sguardo al fiume ma lui era li che sorrideva. Erano vicini come un’immagine speculare.
E prima di sparire di nuovo, mentre i loro volti l’uno accanto all’altro si toccavano senza sfiorarsi,lui disse sorridendo quello che diceva sempre “Per te” lasciando l’immagine della bambina piccina picciò a dondolare sui flutti del fiume assieme alla luna, con un campanellino d’argento stretto, stretto nella mano.



Copyrught: Santaria
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Profumi di Narghilé e di pelle



Gli sguardi che si intrecciano tra le volate di fumo intenso e denso, parlano senza dire nulla. Osservando il lucido smalto dei tuoi occhi posso percepire le tue labbra socchiudersi abbandonate ad un ricordo che debutta nel lieve ritmo del respiro, quel piccolo muscolo della tempia sfugge al controllo ed un ispirare profondo trattiene fragranze di ricordi e desideri che si srotolano come un tappeto rosso fra te e me. Seguo con passi cadenzati e lenti il tappeto di porpora che mi porta verso il sapore della tua pelle e con l’indolenza di un gatto accarezzo il tuo petto permettendo alla tua mano di allontanare un fil di capelli dal mio viso che intanto scruta, scruta sul tuo petto il respiro che avanza, chiudo gli occhi e lo aspiro: il tuo profumo si immerge in me, scivola fra le mie acque dense di silenzi e certezze, si bagna fra nei miei liquidi desideri e pulsa, come il sangue lungo il tuo collo che sfioro con le labbra.
Chiudere gli occhi e sentire il mondo ruotare ora, è un brivido di abbandono che mi concedo per un istante.
Le mani esperte cingono i corpi che seguono ormai le proprie armonie musicali, si muovono lenti come danzando una musica concentrata con l’olio dei pensieri che si mescolano fino a perdersi fra loro. Una schiena si arcua, chiamando le carezze, una spalla dondola, spostando un sussurro d’epidermide, il bacino dondola il suo richiamo: la sua invocazione comincia lenta come un’altalena, e acconsente alle labbra, libere, di sfuggire dalle labbra; leggeri tocchi di sapore vezzeggiano il volto: su verso gli occhi chiusi dalla vertigine e giù verso la linea di sangue del collo. Sento la tua anima pulsare e volteggiare mentre le mani cedono al tempo veloce del desiderio negato che lento ed esasperante si insinua nel pensiero abbandonato dalla ragione, nel trionfo dell’eros mi allontano e ti scosto: dimostrami quanto desideri, quel che vuoi. Il tappeto porpora mi allontana quando tu ghermisci i fianchi traendoli a te, è il turno del mio lungo collo di offrirsi alle tue labbra in un gesto di falsa dipendenza, ho un sorriso sul viso ed è un sorriso che conosci.
Gustare con ingordo appetito la vivacità del tuo capriccio setacciando la pelle in cerca d’oro è frivolo turbamento per me, un precipitare nella sete di me per te. Così intanto che i tempi di questa danza divengono sempre più dispotici mi nutro della gastronomia della Natura, e lascio a te un viaggio verso il delirio degli arti che si contraggono e si rilassano, si tendono e si spiegano come ali d’uccelli in volo. Cerco smeraldi inquieti fra i corpi mescolati, cerco la vista senza veli di chi è spoglio dalle maschere e languido ormai all’ambizione, e i sussurri d’olio caldo scivolano fra le pieghe dei corpi e si addensano ricchi di sogni fra le curve dell’udito mentre si tratteggiano dipinti conditi di frizzanti colori d’ambra.
Nessuna ricerca intellettuale di battiti reciproci, di tempistiche da atleti senza entusiasmo, ma l’egoistico bisogno di soddisfare un animale interiore che ormai ribolle convulso e che prende, l’offrire è una casuale conseguenza di questa reciproca fame che proibisce parole o ricami, ma afferra e scuote, agita e dimena senza sguardi da condividere, perché l’ingordigia non conosce scenografie, piuttosto concede segni sulla pelle che rimarranno nel ricordo a scaldare le notti che verranno. E rabbia.
Rabbia animale che esplode in imperativi senza educazione, rari momenti di me che lasciano compiacimenti in te, finché non rimarrà solo la pigra ricerca di un profumo confuso fra le pieghe del corpo, uno scivolare di narici sulla pelle nel tentativo svogliato di ritrovare te, da me, me, da te.




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La Rosa di Campo e la Donna Bianca



La Rosa di Campo si era svegliata sul ramo di un albero, non che il Vento fosse andato via solo giocava poco più sotto con un lenzuolo steso ad asciugare. Così lei si guardò intorno aspettando che lui ripartisse, ormai aveva capito che il Vento dopo poco riprendeva a correre e non si preoccupò.
Era sdraiata comoda su quel ramo proprio davanti a delle casine. Da una casina proveniva un profumo di vaniglia e cannella come se avessero appena sfornato un dolce e fosse stato messo alla finestra a freddare, c'erano dei panni ad asciugare appesi a un filo di rafia con cui il Vento giocava, c'erano uccellini che cantavano e piante sui davanzali e alla porta.
"Ciao, chi sei?" le chiese un Garofano Rosso come il Sole quando tramonta.
"Sono la Rosa di Campo e tu?" rispose lei timidamente.
"Io sono Garofano Guardiano, ma non ti preoccupare perché so che tu sei una buona rosa di campo" dondolò i piccoli fiorellini il Garofano Guardiano.
"Nella casina a cui fai la guardia stanno facendo le pulizie?" interrogò lei indicando con una piccola spina il grande lenzuolo che si agitava al Vento.
"Oh, no, anzi ogni tanto se ne dimenticano. Il lenzuolo è lì da tanto tempo, penso voglia che se lo porti via il Vento" rispose Garofano Guardiano piegando sue foglioline grassocce.
"Il Vento ci gioca ma porterà via me, non penso si porterà via anche lui" si dispiacque la Rosa di Campo.
"Lo sa anche lei, ma lo lascia fuori lo stesso perché non lo vuole più in casa, solo nei ricordi" annuì Garofano Guardiano.
La Rosa di Campo guardò la casina accanto. Non c'erano piante, il giardino non era curato e qualche finestra aveva l'aria di essere rimasta chiusa per troppo tempo, non sentiva profumi provenire da lì ma solo un vago odore di chiuso.
"Lì non vive nessuno?" domandò ad alta voce anche se avrebbe voluto solo pensarlo per non disturbare troppo.
"Oh, si, ma prima ci viveva anche qualcun altro. Da quando la Terra se l'è portato via però sembra che non ci viva più nessuno" rispose a bassa voce il Garofano Guardiano come se dicesse un segreto o come se qualcuno a parte le piante potesse capirlo.
"Come mai parli piano?" interrogò incuriosita la Rosa di Campo abbassando anche lei la voce.
"Perché lei sta mettendo i dolci alla finestra e potrebbe sentirmi, lei a volte capisce quello che diciamo e siccome penso che il lenzuolo rimanga appeso proprio perché quella casina non apre le finestre lo dico piano per non ricordarglielo. Sono un Garofano Guardiano coscienzioso" spiegò mormorando lui.
"Peccato che non hai le mani o potresti aprirle tu le finestre..." propose la Rosa di Campo.
"Oh, no, piccola Rosa. Anche lei, che mette alle finestre dolci e piante ha le mani ma sa che non vanno aperte le finestre degli altri. Ognuno deve essere pronto ad aprire la sua" scosse il capo rosso il Garofano Guardiano guardandola con la dolcezze di chi spiega qualcosa che sanno tutti.
La Rosa di Campo pensò un po' e poi propose: "E se provasse a mettere fuori un dolce invece che un lenzuolo? Forse chi abita la casina avrebbe fame e uscirebbe" le sembrava una buona idea.
Ma una voce da dentro la casa del Garofano rispose dolcemente "Non ci sono desideri da realizzare per chi non vuole più ascoltare la voce del Vento, non ci sono dolci da assaggiare per chi non vuole più annusare il profumo della Terra, non c'è sete da colmare per chi non gioisce più accarezzando le acque di un Fiume e non ci sono gesti che possano scaldare il cuore di chi non si fa più incantare guardando un Fuoco scoppiettare..." e la Rosa di Campo vide uscire una donna dai lunghi capelli arruffati e un lungo abito bianco con cui il Vento si mise a giocare tirando ora di qui e ora di lì.
La donna accarezzò il Vento sul capo come se fosse un bambino e gli sorrise "Ben tornato mio amico Vento" gli disse, e lui tirò più in fretta l'abito contento. Poi guardò la rosellina sul ramo e sorridendo le porse una perla dicendo: "E' una perla di acqua concentrata che mi ha donato lo spirito del fiume, portala con te così non avrai mai sete".
La Rosa di Campo divenne tutta rossa, rossa e ringraziò intimidita.
"Porta con te ogni malo pensiero Vento, abbandonalo lontano da qui e regalalo a chi deve imparare qualcosa che non riesce ad apprendere tra i bei pensieri" propose la donna al Vento che iniziò a girare come un vortice sulla casina e su di loro finché non ebbe preso abbastanza, allora inspirò se stesso e di scatto volò via portando con sé anche la Rosa di Campo e la perla del Fiume.
Volarono e volarono finché il Vento non decise di rilasciare i mali pensieri sul capo di qualcuno a cui avrebbero fatto bene. Poi smise di correre e si rilassò dondolandosi in se stesso soddisfatto.
"Vento...?" lo chiamò la Rosa di Campo "Chi era quella donna bianca?" e lui voltò i suoi tanti sguardi e con le sue mille voci le spiegò "Una donna che ricorda chi è, una donna della Foresta".
La rosellina non capì bene ma non insistette "E come mai non apre le finestre della casina vicina alla sua? Penso che potrebbe farlo..." domando la Rosa di Campo.
"Perché prima di aprire le finestre degli altri devi avere imparato a parlare anche con ciò che non parla più così da poter capire ciò che è Bene e ciò che è Male. Sai che a volte ci sono persone che amano soffrire? Può sembrare strano a una rosa che esistano persone così ma se pensi al Salice, che ama piangere, capirai che alcuni con la tristezza si sentono a casa. Allora non sarebbe giusto costringerli a uscire dalla loro casa se lì desiderano abitare".
Alla Rosa di Campo questo discorso non piaceva, lei pensava che fosse sciocco volere vivere nella tristezza e come il salice stare sempre a piangere. Pensava che il Salice si pensasse affascinante così, e forse lo era anche, ma che non potesse mai gioire del suo fascino essendo sempre disperato.
Ma poi Signora Pioggia scese dolcemente su di loro e il Vento si mise a parlare fitto fitto con lei, e la Rosa di Campo lasciò scivolare via ogni pensiero sulla tristezza dalle foglie assieme alle goccine di pioggia.
E si sorprese a pensare: "Regalalo a chi lo vuole, ma portalo via da me".
La Signora Pioggia sorrise.



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La Rosa di Campo ricorda chi è?



La Rosa di Campo dormiva cullata dal Vento che si era fatto sussurro per non svegliarla. Dormiva e sognava, sognava e si svegliava, poi dormiva ancora ma sognava ancora e allora si svegliava ancora.
Dormiva e sognava Grandi Rose di Campo, con rami lignificati, duri e alti; con spine di roccia grandi tanto da sembrare scalini su cui poter salire; e spesse foglie verde quercia, e petali di un porpora tanto intenso da sembrare quasi neri; e fiori tanto aperti da ricordare una sala da ballo per piccole fate.
E si svegliava per ritrovare se stessa nei suoi rami verde chiaro, nelle sue foglioline ancora fresche, nelle spine sottili da piegarsi con le dita e nei suoi petali rosso chiaro, chiaro, da brillare al Sole.
E poi dormiva ancora e una di quelle Rose di Campo antiche e grandi era sempre lì: seria, seria, zitta, zitta ma sempre lì.
E lei si svegliava ancora e le pareva che quella grande Rosa di Campo le ricordasse qualcosa, un petalo di passato nascosto sotto tanti altri petali: si rivide bocciolo di campo intenta ad osservarlo, il campo. Era un campo grande, grande e lei, bocciolo, si mise paura sentendosi piccola, fragile e sola. Poi vide la Grande Rosa di Campo seria, seria, zitta, zitta, che senza dirle nulla parlava e diceva: io sono qui, bocciolo di campo, per te.
Allora mezza addormentata e mezza sveglia chiese al Vento: “Vento perché la Grande Rosa di Campo mi appare sempre nei sogni?”
E il Vento sorrise rispondendole: “Perché ha qualcosa da dirti, Rosa di Campo”.
E lei stropicciandosi un petalo domandò ancora al Vento: “Ma la Grande Rosa di Campo è stata portata via dalle Acque tanti anni fa, non può più parlare”.
E il Vento rise piano, la guardò da uno dei suoi mille occhi e mormorò piano: “Io porto con me le voci del passato che non muoiono mai, le voci del presente che non riescono a raggiungerti e quelle del futuro che devi ancora incontrare, Rosa di Campo. Ascolta quel che ha da dirti, la Terra è una per tutti e dalla Terra lei ti chiama per chiederti qualcosa”.
E nel mentre il vento parlava sussurrando la Rosa di Campo chiese di non avere paura mentre sognava o non avrebbe ascoltato la Grande Rosa di Campo, e si addormentò di nuovo.
E sognò.
Sognò la Grande Rosa di Campo dai petali porpora bruciati dal Sole e dal Tempo. Se ne stava ferma, seria, seria, zitta, zitta.
La Rosa di Campo chiese timidamente: “Cosa c’è Nonnorosa?” .
E anche se la Grande Rosa di Campo non parlò, lei sentì: ricordi chi sei? Ricordi me? C’è qualcosa che devi fare, ancora, prima di trovare il tuo campo.
Così la Rosa di Campo si commosse un poco e mormorò: “Perché chiedi a me? Io sono ancora fragile e piccola rosa, dovresti chiedere a chi può fare, con rami più lignificati e petali più scuri…”.
Ma senza parlare la Grande Rosa di Campo disse: Perché solo tu puoi parlare con me, gli altri anche se li inseguo a cavallo del Vento non vogliono ascoltare, loro non ricordano chi sono, loro hanno perso la Terra, bocciolo di rosa.
Allora la Rosa di Campo si sentì privilegiata ma ancora disse: “Io non ho rami tanto forti, nonnorosa, non sono forti neanche per tenere su le mie foglie giovani. Se vuoi che faccia devi darmi forza”.
Così la Grande Rosa di Campo sembrò sorridere, anche se rimaneva seria, seria e senza parlare disse: tu hai la mia forza, hai la sua forza, la nostra forza e quella di chi verrà, ma su questo sei ancora come gli altri e non ci credi; credici, ascoltalo, prendi questa forza e fai quel che devi fare. E’ tempo, ogni cosa ha il suo Tempo: questo è il tuo Tempo. Tu sei qui, bocciolo di rosa, per me?
E la Rosa di Campo si svegliò, allargò le foglie sul Vento e lui ridendo iniziò a correre più forte.
La Rosa di Campo si sentiva ancora un bocciolo, ma il solo sapere che la Grande Rosa di Campo era lì vicino la rendeva più forte.
E il Vento chiese correndo: “Ora sai chi sei? Te lo sei ricordata?”.
Lei annuì: "Mi sono anche ricordata che devo fare una cosa ma non so come farla, Vento!”.
Lui superò un albero indiscreto e troppo alto e poi mormorò sorridendo come se l’aria in cui correva gli spostasse gli angoli della bella bocca: “Chiedi aiuto al Cielo e alla Terra, alle Nuvole e alla Pioggia, alla Luna e al Sole, chiedi aiuto a me e qualcuno, tramite me, ti risponderà cosa fare! E poi falla! Se tutto si ferma è perché qualcosa va ancora fattaaaa…!!” e volò a zigzag tra le nuvole e il Tempo fermo, perché era Il Tempo.




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Voce nel Vento

La pasticceria speziata che è la mia vita, fra sogni e irrealtà, magia e verità, poesia e vita concreta.


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Briciole di pane

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Ritratto di idiosincrasie e attrattive del mondo che si cela davanti e oltre lo Specchio.
Un calderone di pensieri e fatti quotidiani senza la volontà di essere troppo comprensibile.
Ma certamente... andando di fretta.

Convinzione: la poesia è lo zucchero dell'anima

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