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La Rosa di Campo e la vocetta
Dopo un po’ che si annoiava e che niente cambiava decise che anche se Krick-Krock non poteva parlare lei poteva raccontargli qualcosa.
“Scusa ancora, magari hai da fare, ma se ti va ti racconto qualcosa” attese un po.
Krick…krick…
“Va bene, allora io sono la Rosa di Campo, sono nata in campo (o sarei una Rosa da Giardino) e tutto sommato ci stavo abbastanza bene nel mio campo… di giorno c’era il Sole ad illuminarlo tutto e mi sembrava taaanto grande da non poterlo conoscere mai tutto! La notte la Luna ci brillava sopra e sembravano tutti, noi fiori di campo, bianchi come questo bianco ma con qualche ombra qui e lì da riuscire a vederci. Era un campo movimentato, ora che mi ricordo. Perché ogni tanto gli animali ci passavano sopra, non schiacciavano noi fiori a meno che non andassero di fretta, ma l’Erba si. Tu conosci l’Erba? Ah, l’Erba è pettegola e si arrabbia facilmente! E ogni volta che un animale la pestava lei prendeva a strillargli dietro di tutto. L’Erba non è sempre educata, già…” ricordò con un po’ di malinconia.
“E poi quando tirava il Vento lei prendeva a chiacchierare, ah, come parlava senza fermarsi mai perché sai, se non hai mai visto un campo, è vero che ci sono tanti fiori ma anche tante Erbe e si parlano tra loro con le vocine stridule, e si raccontano tutti i fatti del bosco perché le Erbe arrivano anche sotto gli alberi e quindi parlando parlando tra loro si raccontano tutti i fatti di tutti!” disse sorridendo e cercando di stiracchiare un petalo arricciolato.
“Però quando hai a che fare con le Erbe devi ricordarti che odiano i Funghi, che tutti scambiano per parenti di noi piante ma non lo sono, e le Erbe ci litigano sempre…” poi ricordò di quella volta che aveva piovuto tanto e vicino a lei era spuntato un Fungo, che poi era un bel fungo le pareva, un tipo elegante con un grande petalo sulla testa bianco e largo, ma guai!, l’Erba di era arrabbiata e aveva preso a parlargli contro, ci si svegliava la notte per dirgli “Sei ancora qui?!” e il Fungo Elegante niente, non rispondeva, non si muoveva e la ignorava…
“E più la ignorava e più l’Erba si arrabbiava…” ma fu interrotta da un rumorino.
Krick!
“Forse vuoi dirmi che a volte non si può rispondere? Hai ragione, penso che l’Erba non abbia mai pensato che i funghi non possano rispondere… poverini, magari avrebbero voluto raccontargli tante cose e invec…”
Krock! Krock-krock!
“Forse parlo troppo?” domandò un poco offesa, almeno lei provava a fare amicizia si disse e pensò che magari era proprio un grosso verme, e se l’era mangiata, ecco, era finita nella pancia di un grande Bruco Mangia-fiori!
“Per tutti i petali! Sei un grosso Bruco Mangia-fiori?!?” domandò spaventatissima.
Krick-krick-krick!
E le parve davvero che il rumorino ridesse, e le tremarono di nuovo le foglie.
“Ma…! Ma tu sei la vocetta di prima??” domandò offesa ma non ottenne risposta, e chiese ancora “Allora sei tu o no?” ma niente.
Fu allora che si ricordò che aveva detto alla vocina di non parlarle. Che vocetta pignola che era!
“Va bene, se sei la vocina di prima puoi parlarmi ma non ridere, mi fai tremare le foglie!” concesse magnanima.
“Magari era innamorata” disse la vocetta con l’aria di chi si sta divertendo molto.
“Chi era innamorata?” si perplesse la Rosa di Campo.
“L’Erba, del Fungo Elegante!” spiegò la vocetta trattenendosi dal ridacchiare.
La Rosa di Campo piegò la corolla come se parlasse ad un verme instupidito.
“Ma l’Erba non si innamora dei Funghi! Che sciocchezza. Le Erbe si innamorano di altre Erbe e poi spargono in giro semini d’Erba. E’ così che va” spiegò la Rosa di Campo paziente come se parlasse ad un germoglio di Febbraio a cui il freddo aveva dato ai petali (e ogni tanto succedeva che nascesse un germoglio con i petali infreddoliti che ci mettesse più tempo di altri a sbocciare).
“Non farmi ridere, le cose vanno come vogliono andare e non come dovrebbero andare, prendi te e me per esempio: io ti dovrei mangiare ma non lo faccio perché non mi va. Per questo ti tremano i petali, perché sai che dovrei averti mangiata subito, subito, e che non saresti potuta scappare. Ma non ti preoccupare, non ti mangio neanche se rido, e poi sto mangiando altro… una quercia per la precisione, stagionatura giusta, giusta, circa un trecento anni… molto buona, anche se non me lo hai chiesto” rispose la vocetta con fare da intenditore.
Però questa spiegazione spaventò tantissimo la Rosa di Campo!
Qualsiasi cosa fosse quella vocetta poteva mangiare anche un vecchia e grande quercia, e questo era un grandissimo male e poi non le faceva per niente piacere sapere che in quel momento una vecchia e possente quercia veniva mangiata fra terribili sofferenze mute!
“Ma è orribile quello che dici! Cosa sei?? Che cattivo mostro sei??” interrogò quasi strillando di paura.
“Ah, per voi fiori sono il mostro peggiore, ma non sono mica cattivo io…” si giustificò la vocetta immalinconita tutta.
“Mi piacerebbe parlare con le Erbe, sentire cosa hanno da raccontare, o litigare con i Funghi, ecco a me piacciono i Funghi per dire, non li mangio perché muoiono molto prima che io li tocchi e potrei parlare con loro… perché si, i Funghi parlano a modo loro e io li capirei, ma non si può… muoiono prima che io mi avvicini, si seccano tutti e scompaiono del Grand Paradiso dei Funghi”.
“Oh, Mamma Terra! Ma dove sto?!” strillò la Rosa di Campo ormai del tutto terrorizzata.
“Sei dentro di me, ti ha messa qui il Vento” spiegò la vocina paziente “Io glielo dissi che era contro natura ma lui disse che i Funghi e le muffe ti stavano mangiando, e siccome io e i Funghi e le Muffe non andiamo proprio d’accordo, come ti ho appena spiegato, qui ti stai curando”.
Intanto che la vocetta parlava la Rosa di Campo si domandava quale fosse il mostro peggiore per i Fiori di Campo.
C’erano gli animali a due zampe che raccoglievano i fiori, c’era la pioggia forte forte, o il Sole senza mai pioggia, c’erano i bruchi ma non era un bruco gigante. Più ci pensava e meno capiva dove fosse finita.
“Non sei un animale a due zampe che raccoglie fiori perché sono rosa e non bianchi… non sei un bruco gigante e neppure tanta pioggia, forse sei il Sole senza pioggia?” domandò tremando.
“Oh, no, il Sole è mio parente ma non sono lui. Da lui puoi salvarti se piove, ma da me solo se piove tantissimo e non succede quasi mai abbastanza in fretta” spiegò facendo molta paura, ma senza volerne fare, la vocetta.
Fu allora che la Rosa di Campo capì, e come capì svenne.
La Rosa di Campo e i Krick-Krock
La Rosa di Campo aveva dormito a lungo e quando si svegliò non sapeva dove fosse.
Ricordava il Fiume e la muffa che se la mangiava ma adesso sentiva tutte le foglie tirare come fossero troppo piccole per la linfa che vi scorreva dentro, poi se sembrava che i petali si fossero arricciolati su se stessi proprio come i suoi pensieri nell’Acqua.
Si guardò intorno ma non vide niente, era tutto bianco.
“Deve essere il Paradiso del Fiori di Campo” pensò tremando un po’.
Non perché avesse paura ma perché le dispiaceva essere finita nel Paradiso del Fiori di Campo prima di aver trovato un bel giardino, poteva anche essere che trovando un bel giardino avrebbe conosciuto il Paradiso del Fiori da Giardino. Ma in fondo non importava, pensò, perché se fosse successo si sarebbe chiesta come sarebbe stato finire nel Paradiso del Fiori di Campo e quindi non cambiava niente.
Tentò di guardare meglio tra le luce bianca per vedere se incontrava Nonno Rosa, o qualche altra Rosa da cui proveniva lei. Ma vedeva solo bianco. Provò a chiamare, forte perché i vecchi fiori, è noto a tutti, sono sordi come i sassi di fiume.
“Cosa stai facendo?” e domandò una voce curiosa.
“Chiamo i Vecchi Fiori da cui provengo, sono nel Paradiso del Fiori di Campo. Tu sei un Fiore di Campo?” rispose educatamente la Rosa di Campo.
La vocetta ridacchiò come se fossero tante piccole risatine una dietro l’altra. E ad ogni risatina la Rosa di Campo ebbe un brividino di paura senza sapere perché ne provasse.
“Ma non sei nel Paradiso del Fiori di Campo!” esclamò la vocina senza scusarsi di aver riso di lei.
“Se non sei un Fiore di Campo non mi parlare, mi metti paura” ordinò la Rosa di Campo decisa a farsi rispettare da quella strana vocina.
“Va bene” acconsentì placidamente la vocetta.
Fu così che la Rosa di Campo si ritrovò nel bianco e in silenzio.
Passò un po’ di tempo e si accorse che ogni tanto si sentiva un rumorino piccino piccino, se ne accorse perché non aveva proprio niente da fare e si annoiava tanto, e più si annoiava e più si spaventava al pensiero di dove fosse finita. Per questo forse si rese conto che ogni tanto, chissà da dove, proveniva questo rumorino piccino piccino: krick.
E dopo un po’: krock.
E poi nulla per un po’, poi di nuovo krick, e dopo a volte un altro krick ma prima o poi c’era anche un krock.
Fu allora che le tornarono in mente i vermi. Era da così tanto che viaggiava nel Vento, e poi nell’Acqua, che si era dimenticata dei vermi, non ci pensava proprio più. Invece quando stava nel suo campo ci pensava, eccome!
Perché i vermi e i Fiori di Campo litigano sempre, tutti e due si nutrono della terra e così bisticciano. Che poi i fiori abbiano ragione e i vermi siano antipatici è un dato di fatto: loro potrebbero anche andarsene a mangiare più in là, i fiori no e quindi son dei grandissimi maleducati e togliere la terra ai fiori. Ripensò la Rosa di Campo.
Poi si domandò perché pensasse ai vermi e si rese conto che doveva fare come i vermi. Perché i vermi sono ciechi, ma ciechi per davvero!, e quando sentono una foglia muoversi dicono sempre “Chi va là?!” e i Fiori di Campo, che sono educati, non come loro, rispondono sempre. Così fece.
“Chi va là?!” interrogò imitando un verme, ossia con vocetta antipatica.
Krick… krick… krock…
Nessuna risposta.
La Rosa di Campo non seppe più cosa fare, perché i fiori rispondevano ai vermi ma era chiaro che chiunque facesse krick e krock era maleducato come un verme. Allora si ricordò cosa facevano due vermi quando si incontravano, e imitò i vermi.
“Chi sei? Che vuoi? Ti annodo sulla mia coda e ti stritolo come una briciola di argilla, poi ti mangio e ti abbandono nel campo!” che è molto poco educato ma i vermi facevano così quando si incontravano tra di loro, lo aveva visto tante volte e ne era sicurissima.
Krick… krock… krock… krock…krock!
L’ultimo krock era stato più forte e lei quasi sobbalzò nel bianco. Allora le venne il dubbio che qualsiasi cosa fosse non potesse parlare, come i pesci nell’Acqua. E se fosse stato così lei stava davvero facendo la gran maleducata.
“Scusami tanto…” disse più educata “…forse non puoi parlare, non volevo offenderti ma siccome non rispondevi ho pensato fossi…” e si rese conto che dirgli che sembrava un verme era ancora meno educato “… beh, poco educato. Allora magari se lo fossi stata anche io avresti risposto” concluse contenta di essersi spiegata.
...
La Rosa di Campo e il bambino-ramo
La Rosa di Campo fluttuando, galleggiando, era giunta ad un'insenatura del fiume e senza accorgersene si era fermata tra una radice assetata e una roccia addormentata. Mentre galleggiava e fluttuava la Terra aveva girato attorno al Sole tanto da cambiare stagione, i fiori fioriti erano spariti e la luce calda a volte seccava qualche piccolo germoglio, altre rendeva lucide le foglie delle piante più grandi e vecchie, gli animali assetati giungevano al fiume per refrigerarsi e gli insetti canterini cantavano e cantavano ogni giorno e ogni notte tanto che ormai anche la Rosa di Campo non li notava più.
Lei, d'altro canto, era presa a rimuginare e domandarsi sul come si potesse distruggendo creare ma per quanto s'interrogasse non riusciva a trovare una risposta. Ormai era così aggrovigliata nei pensieri che non ne trovava più l'inizio e tanto pensava tanto si dimenticava cosa prima avesse pensato, così lo ripensava ma facendolo se ne dimenticava e con tutto questo a cui pensare e da riordinare non c'era proprio tempo per accorgersi che intorno a lei il tempo cambiava e che la sua fogliolina in basso iniziava a imputridire, proprio come l'Acqua le aveva detto.
Il Vento ogni tanto arrivava e soffiava, per scuoterla o per scrollarla ma lei era intenta a pensare che non ci badava, così il Vento iniziava a preoccuparsi e anche l'Acqua non era molto serena. In fondo lui a l'Acqua aveva affidato la Rosa di Campo ma forse la domanda dell'Acqua era troppo grande per la piccola rosellina che ora a causa del fiume iniziava a marcire come se tutte le muffe del mondo le fossero diventate amiche.
All'improvviso si sentì un PLUF!, vicino all'insenatura dove la Rosa di Campo pensava, e questo PLUF! la distrasse dato che era un rumore strano e che sotto l'Acqua aveva creato una tensione di paura che navigando nel fiume lei non aveva mai sentito su per le radici.
Allungandosi oltre la roccia che aveva vicino scorse sulla riva del fiume un bambino con un dito lungo lungo ma così lungo che si innalzava dalla mano e, curvandosi, quasi sembrava un ramo. Alla fine del dito-ramo c'era un filo trasparente come una ragnatela che scendeva e scendeva fino a infilarsi nel fiume. Il bambino stava zitto e fissava l'Acqua senza muovere gli occhi e alla Rosa di Campo, non sapeva dirsi perchè, questo la spaventò.
Ma si tranquillizzò quando vide che i pesci si avvicinavano al dito da ragno del bambino, lo annusavano e come accadeva con le rocce lo assaggiavano, allora pensò che non c'era nulla di cui avere paura. Poi accadde qualcosa che lei non capì bene: improssivamente ci fu una gran confusione, l'Acqua si agitò e tutti i pesci fuggirono via e schizzi ovunque arrivarono, quando la Rosa di Campo comprese cosa fosse successo era troppo tardi: il dito di ragno aveva afferrato un pesce che ora volava nell'aria giungendo fino al bambino-ramo, che ora lo stava afferrando e che adesso lo deponeva sulla Terra! Sulla Terra!?!
La Rosa di Campo gridò: "Non sulla terra, bambino-ramo scemo! E' un pesce e senza Acqua morirà!!!"
Ma il bambino-ramo agitò il suo dito-ragnatela e di nuovo PLUF! lo infilò nel fiume con il sorriso che la Rosa di Campo aveva visto in chi strappava i fiori a Mamma Terra e in chi uccideva gli animali nel bosco.
Il pesce intanto si agitava come se muovendosi volesse tornare al suo Babbo Fiume, poi piano piano si calmò e solo la bocca si apriva e chiudeva in cerca dell'Acqua e ad ogni aprirsi e chiudersi la Rosa di Campo si agitava di più! Il Pesce non aveva le zampe per tornare nel fiume ma neanche lei le possedeva per aiutarlo, ed entrambi stavano lì a guardarsi: lui a morire e lei a guardarlo senza poter fare niente. Provò a gridare al bambino-ramo ma lui non l'ascoltò, provò a indirizzare il pesce ma lui senza Acqua nelle branchie era troppo debole per riuscire a seguire i suoi consigli: più di là, spingi la coda di là! Non lì, qui, qui!
Intanto, cosa ancora più terribile, gli altri pesci non sentendo dal fiume il dolore del loro fratello si erano riavvicinati al dito-ragnatela del bambino-ramo e prendevano ad annusarlo di nuovo. Lo facevano perchè c'era calma e silenzio e così loro si fidavano.
Allora alla Rosa di Campo venne spontaneo strillare al Fiume: Non voglio calma! Non voglio silenzio! Voglio togliergli ogni fiducia! Acqua distruggi la fiducia!!"
E l'Acqua ascoltò, agitò i flutti e creò il panico, distrusse la calma e la fiducia. Il Vento che era da quelle parti per aiutare la Rosa di Campo iniziò a correre tutto intorno, agitanto le foglie e i rami, anche quello del bambino-ramo che si spaventò moltissimo! E fu un grandissimo parapiglia, tanto che anche la Rosa di Campo venne lanciata via lontano. E nel parapiglia il bambino-ramo scappò, e nel parapiglia gli animali anche scapparono, e scappando gli animali un procione terrorizzato diede una zampata per sbaglio al pesce sulla Terra che fu lanciato via e che ricadde nel suo Babbo Fiume. E che nuotò via spaventatissimo.
Ma i pesci erano salvi, anche il pesce che era sulla Terra si era salvato e quando il Fiume si calmò non c'era più traccia del bambino-ramo.
Ma neanche della Rosa di Campo.
La Rosa di Campo, l'Acqua e il Fenicottero Vanitoso
La Rosa di Campo navigava nell'Acqua ormai da tempo e si annoiava. C'era il vantaggio di essere nutrite senza complicazioni ma il Vento era più divertente e parlava di più. Anche le nuvole erano più divertenti dei pesci che dal canto loro ogni tanto andavano ad annusare la Rosa di Campo per vedere se la potevano mangiare. E questo non la rendeva per niente serena.
Ogni tanto il suo amico Vento tornava a trovarla, correva sull'Acqua dove lei galleggiava, la salutava sempre allegro e poi andava via. E alla Rosa di Campo restava sempre un po' di malinconia quando lui volava via.
Di giorno galleggiava, di notte galleggiava, solo quando la Luna tonda brillava si rilassava perchè tutto il fiume diventava d'argento e le piaceva: le sembrava di dormire nella Luna.
Una sera, mentre il Sole tramontava, la Rosa di Campo se ne stava mogia, annoiata e malinconica a guardare sotto il pelo dell'acqua per controllare che nessun pesce le mordesse le foglie quando all'improvviso si sentì agitare dalle onde. Alzò gli occhi e si accorse che il cielo era diventato rosa e anche il fiume sembrava tutto rosa, ma non si sorprese molto perchè era il tramonto e l'Acqua, questo lo aveva imparato, prendeva tanti colori diversi: dal blu all'arancione.
Stava per rigirarsi su se stessa quando si trovò davanti ai petali un uccello grande, grande, con il becco curvo e le penne tutte rosa.
"Sacra Rosa Rampicante! E tu cosa sei?!?" domandò spaventata temendo di fare la fine dell'insalata.
L'uccello la guardò incuriosito e poi alzandosi tutto impettito rispose: "Un Fenicottero!" come se lei avesse dovuto saperlo.
"E cos'è un fenicottero?" chiese lei rassicurata perchè aveva visto che c'erano altri fenicotteri come lui ma non mangiavano piante.
"Eh, no piccina. Non un fenicottero ma un Fenicottero!" precisò il Fenicottero.
"Siamo volatili mia cara, ma molto speciali. Siamo tra i pochi uccelli capaci di stare tanto nel cielo quando nel mare, che poi è come un fiume ma immenso, come dire la mamma di tutti i fiumi: il principio e la fine dell'Acqua ma senza inizio e senza fine" spiegò paziente il Fenicottero.
"Per cui anche l'acqua che bevo io viene dal mare?" chiese la Rosa di Campo.
"Certamente, solo che quando arriva a te ha fatto un lungo, lunghissimo viaggio. Proprio come me: ha volato dal mare al cielo, dal cielo alla Terra e dalla Terra tornerà all'Acqua e niente mai si fermerà ed è per questo che noi Fenicotteri siamo uccelli speciali, perchè non moriamo mai, come l'Acqua" disse lui sedendosi sul fiume, cosa a dire il vero buffa da vedersi: un grosso e strano uccello rosa appollaiato sul fiume invece che in un nido.
"Tutti muoiono... fidati, è meglio che ti prepari o resterai sorpreso quando ti succederà" suggerì con una smorfietta la Rosa di Campo, pensando a quando aveva quasi visto morire il Vento e il Vento, lei credeva, non dovrebbe proprio riuscire a sparire.
"Noi no, cara Rosellina di Campo. Siamo Fenicotteri" sorrise il Fenicottero.
"E quando avete finito di vivere che fine fate?" chiese lei indispettita da tanta convinzione.
"Nasciamo di nuovo" rispose lui calmo, calmo come se fosse una cosa che dovevano sapere tutti.
La Rosa di Campo rimase confusa "Nasceranno altri come voi, dei germogli di Fenicottero ma mica sei sempre tu" cercò di capire a modo suo.
"No, mia cara, e se vuoi capire il segreto dell'Acqua dovrai tentare di capire e tu non lo stai facendo" la riprese lui dolcemente.
"Si invece!" brontolò lei.
"E invece no. Tu cerchi solo di capire pensando a modo tuo. Per capire devi pensare come l'Acqua, perchè pensi di essere qui?" spiegò lui e poi, richiamato da altri Fenicotteri, si allontanò.
La Rosa di Campo era confusa. Provò a capire: se tutti muoiono allora il Fenicottero voleva dire che lui nascendo attraverso i suoi germogli non sarebbe morto mai? Ma le aveva detto che era sbagliato. E allora quante altre spiegazioni c'erano?
Si fece notte e mentre lei dondolava nel fiume i Fenicotteri, con la effe grande, ci si sedevano sopra come cicogne marine: dondolando rosei e pasciuti come palloncini di paese in festa. A dire il vero facevano anche confusione, e poi sembrava ogni tanto qualcuno di loro volesse brucare l'Acqua. La cosa buona era che i pesciolini spaventati scappavano via e non mordicchiavano la Rosa di Campo, che però in tutto quel baccano non riusciva davvero a pensare bene e ad un certo punto di arrabbiò.
"State un po' zitti per piacere! Sto pensando a quello che ha detto il Fenicottero ma fate troppo chiasso e non sento i miei pensieri!" strillò ai Fenicotteri appollaiati sul pelo d'Acqua.
Loro la guardarono e risero -facendo ancora più rumore- e una Fenicottera le spiegò: "E' proprio quello che fai tu, piccola Rosa di Campo! Fai così tanto rumore con i tuoi pensieri che non senti l'Acqua parlare" ridacchiò con se stessa e improvvisamente la Rosa di Campo si avvide che non c'era più rumore. Tutti i Fenicotteri tacevano, e ascoltavano.
Allora stette zitta, zitta anche lei, trattenne il fiato addirittura ma soprattutto trattenne i pensieri. E ascoltò.
"Goccia, goccina, dove andrai domattina? Andrò per la mia strada, che diventa sempre più salata. Goccia, goccina, dove sei stata ieri mattina? Sono stata nel cielo, ho volato e cantato, il Vento mi ha accompagnato. Goccia, goccina, dove sei stata un mese fa? Sono stata nella pioggia, ho bagnato di ricchezza il mondo e nella ricchezza vado tornando. Goccia, goccina, dove andrai fra tanti giorni? Andrò nell'abbondanza, morirò e rinascerò, e poi nel cielo e sulla Terra tornerò..." un coro sussurrava tanto piano e tanto assieme che la Rosa di Campo dovette fare molta, moltissima attenzione per sentirlo. Cantavano ognuna assieme alle altre le gocce goccine del fiume, ma alcune vocine provenivano anche dalle rive, dove gocce goccine di brina di andavano posando sulle foglie, e dal cielo le nuvole cantavano formate da gocce goccine canore. Per questo non le aveva mai sentite, il mondo intero, formato da gocce goccine, cantava.
"Che bello..." sussurrò la Rosa di Campo "...il mondo canta!" notò incantata.
"E' l'Acqua, piccola Rosa di Campo" bisbigliò il Fenicottero che intanto era scivolato vicino a lei.
"L'Acqua canta?" chiese la Rosa di Campo confusa.
"La vita canta, l'Acqua è la vita, è anche la morte ma senza morte. Il mondo canta, e il mondo è la vita, e la morte, ma senza morte. Se comprendi questo allora canterai, e sarai vita e sarai morte ma senza morte" sussurrò il Fenicottero dondolando le parole come fossero note di pentagramma ma cullandole con la rispettosa dolcezza che si deve avere quando si parla con la Luna o con le stelle, sue sorelle.
"Tu lo hai compreso?" annuì la Rosa di Campo che non capiva bene ma capiva che c'era un segreto da capire, e che il Fenicottero lo conosceva.
"Io sono nato sapendolo, io sono un Fenicottero. E' la nostra natura saperlo, per questo siamo vita e morte ma senza morte, e quando perdiamo le piume andiamo a fuoco e quando bruciamo rinasciamo e diventiamo uovo, e dall'uovo torniamo alla vita senza mai avere smesso di viverla. E' per questo, piccola Rosa di Campo, che ci chiamano Araba Fenice: gli uccelli che non muoiono e dalle loro ceneri rinascono: siamo Aria perchè voliamo, siamo Acqua perchè qui mangiamo, siamo Terra perchè lì le uova lasciamo e siamo Fuoco perchè nel fuoco rinasciamo" concluse canticchiando e soddisfatto di essersi rivelato, era un Fenicottero vanitoso.
Fu in quel momento che l'Acqua parlò alla Rosa di Campo per la prima volta, proprio appena il Fenicottero Vanitoso si fu alzato in volo per andare via con i suoi amici Fenicotteri.
Ma dire che parlò sarebbe sbagliato, l'Acqua non parlò eppure parlò. Ma se avesse parlato avrebbe detto proprio queste parole qui:
"Piccola Rosa di Campo, tu non sei un pesce e neppure un Fenicottero, non sei una tartaruga e non sei neppure un'alga. Se tu rimani a lungo tra le Acque della vita e della morte dove tutto è niente e niente è tutto allora marcirai. Per questo insieme a lungo con me non resterai, ma tornare quando vuoi potrai. Domandami ciò che desideri avere ma dillo affinchè io possa dartelo togliendo, o non lo otterrai."
E la Rosa di Campo dovette pensare molto a lungo a queste parole dette senza dirle, perchè non riusciva proprio a capire come si potesse dare qualcosa togliendola.
E il Vento, che correva poco più su, rideva alla Luna che tonda tonda iniziava a calare.
La Rosa di Campo, il Vento e la Rosa Rossa
La Rosa di Campo volava ormai da tanto tempo.
Aveva imparato a parlare con le Nuvole e le Stelle, ma anche a capire le gocce di pioggia e ad ascoltare la Luna.
Aveva imparato a dare al Vento e a chiedere al Vento.
Si era addirittura dimenticata di cercare un giardino, aveva scordato quanto fosse bello tenere le radici nella Terra. Però aveva imparato a sentire le parole di Mamma Terra.
Il Vento dal canto suo era così contento di avere qualcuno con cui viaggiare! Aveva imparato che stare sempre solo può far dimenticare quanto sia emozionante farsi capire e capire, prendere e dare.
Le Nuvole no, erano sempre Nuvole. Pascolavano serene o inquiete come farebbero delle pecorelle nate da pecore che non hanno mai avuto lupi.
Le Stelle dal canto loro erano troppo prese a rimirar la Luna e a parlottare di cose accadute millenni prima e ancora vive nella memoria dell'infinito come fosse passato un solo giorno.
La Luna e il Sole si rincorrevano come ragazzini innamorati su un prato di fiori ora luminosi e ora aperti e fioccosi.
Mamma Terra ruotava, gli animali mangiavano, le piante crescevano.
"Hei tu!" spaccò il sereno la vocetta impertinente "Hei tu! Ma cosa ti salta nei petali di fare?!?"
La Rosa di Campo si scosse dalla sua calma, ormai aveva preso l'aspetto di una rosa gitana, così abituata a viaggiare da non sorprendersi più di niente.
"Ma dici a me?" domandò guardando in giù.
Sotto di lei c'era un prato di fiori e una rosa rossa come il sangue degli animali la fissava impertinente. Il Vento volava lento e basso e la Rosa di Campo dondolò proprio su di lei.
"Certo che dico a te! Ma cosa di salta nei petali di combinare? Una Rosa che vola non si è mai vista!?" disse indispettita la rosellina rossa indicando con una fogliolina il cielo.
"Non penso proprio siano affari tuoi, tu stai bene lì e io qui!" brontolò la Rosa di Campo rigirandosi verso le nuvole che le facevano ombra e le davano gocce di pioggia fresca.
"Ma cosa ravanello dici?! Tu sei una rosa, io sono una rosa e ti riconosco, me ne intendo di rose! Tu devi stare con le radici nella Terra, non tra le nuvole!" strillò la Rosa Rossa arrabbiatissima.
"Ma insomma... si può sapere che fastidio ti da che io stia qui?" domandò innervosita la Rosa di Campo alla Rosa Rossa.
"Non è sano, cara la mia signorina, non è sano e non ti fa bene per niente" sentenziò la Rosa Rossa incrociando i petali quasi a pungersi.
Il Vento si placò e depositò piano la Rosa di Campo, era curioso. Provò a dire qualcosa ma la Rosa Rossa non lo capiva e appena lo sentiva.
"Il Vento vuole sapere perchè non è sano" disse la Rosa di Campo, ma solo per fare un favore al Vento.
"Come perchè? Il Vento allora è stupido oltre che egoista!" si sorprese la Rosa Rossa aggrottando un petalo.
La Rosa di Campo lo trovava un fiore invadente e petulante, però era una bella rosa e strana: aveva un bocciolo pieno di petali come fosse un ventaglio chiuso e tante spine da scoraggiare anche il più cattivo rampicante a frequentarlo, e ogni fogliolina contava tante ditine da sembrare due foglioline delle sue.
"Ma che rosa di campo sei tu, a parte essere saccente come una Bocca di Leone?" domandò alla Rosa Rossa.
"Sono una Rosa Antica, io! E non sono una rosa di campo, tu sei una rosa di campo!" brontolò la Rosa Rossa indispettita.
"Una Rosa Antica?!?" si meravigliò la Rosa di Campo che non ne aveva mai sentito parlare.
"Certo. Ma non sono io il problema bensì tu! Una rosa che vola e che è ancora viva. Solo le rose morte possono volare o quelle che l'uomo strappa dalle radici per sacrificarle quando ama qualcuno" disse la Rosa Rossa alzando i petali.
"Cosa fa l'uomo??" si spaventò la Rosa di Campo che essendo di campo non conosceva i fiori dell'uomo.
"L'uomo quando ama sacrifica un pezzo di cuore alla Terra, in cambio porta una rosa a chi ama come prova del suo sacrificio. Lo sanno anche i boccioli!" brontolò la Rosa Rossa.
"Tu sei un bocciolo?" chiese la Rosa di Campo.
"No, io sono una rosa antica! Uffa... e poi questo non cambia che tu sei una rosa senza Terra. Non esiste pianta senza Terra, solo quelle che preferiscono vivere con l'Acqua e non sono rose!" puntualizzò scuotendo i petali la Rosa Rossa che sembrava un leone di fuoco tanto ne era piena.
"Io... io stavo volando... si, perchè..." cercò di ricordare la Rosa di Campo "Perchè cercavo un giardino!" ricordò.
"E lo fai volando? E come mangi?" si incuriosì la Rosa Rossa.
"Le Nuvole mi danno l'acqua" annuì convinta la Rosa di Campo.
"Si ma le tue radici, guarda lì: si stanno consumando perchè non hanno minerali!" indicò con una fogliolina la Rosa Rossa. Poi sospirò e iniziò a scuotersi tutta, il terriccio si scosse e la rosa saltò di lato.
"Ecco, mettiti un po' qui" indicò la terra smossa accanto alle sue radici.
"Ma non posso! Come faccio a saltare lì?" si lamentò la Rosa di Campo.
"Uffa, porgimi una foglia" propose la Rosa Rossa e quando la foglia gli fu vicina abbastanza allungò una delle sue e con le tante ditine che aveva la afferrò e la tirò forte finchè la Rosa di Campo non si ritrovò nella Terra.
"Bentornata Bambina!" mormorò attraverso ogni radice e fusto e rametto e fogliolina e petalo Mamma Terra, senza bisogno di alberi o cervi per parlare. E la Rosa di Campo si addormentò di colpo.
Il Vento rimase lì, stupito e preoccupato assieme.
La Rosa Rossa lo guardò male e poi disse "Bell'amico che sei! Tu ti senti solo e porti in giro lei, ma lei è una rosa e non appartiene al tuo mondo. Ci puoi venire a salutare, ti puoi anche fermare e puoi anche strapparci via ma non potrai mai averci come figli perchè noi siamo, e sempre saremo, creature della Terra!" poi inspirò contrariata e si voltò dandogli il retrocorolla.
Il Vento si dispiacque e si fece tanto mogio che sembrava non tirare più.
Passò un giorno, poi due e poi tre.
La Rosa di Campo intanto mutava, nuovi petali crescevano da rosa quasi rossa diventava, le foglie smeraldo sembravano brillare e il fusto sempre più diritto puntava ora il Sole e ora la Luna come a volerli indicare.
La Rosa Rossa accanto parlottava con gli altri fiori raccontando la strana storia della Rosa di Campo.
Allo scadere del terzo giorno di avvicinò un pettirosso.
Poi due, tre e quattro e ben presto ogni rami d'albero fu pieno di uccellini e uccelloni, dai canterini ai rapaci. Il Pettirosso che era più vicino alle rose parlò per tutti.
"Amico Vento noi abbiamo sentito che ti accompagni con una Rosa di Campo e saremmo curiosi di capire il perchè visto che i tuoi amici naturali siamo noi e non i fiori" e un Aquilotto brontolò "Io sarei anche un po' geloso! Cosa ci si trova in un fiore che le piume non abbiano?".
Il Vento allora spiegò loro che voleva fare un favore alla Rosa di Campo che se stava sola sola nel campo, che desiderava trovarle un giardino dove potesse stare tranquilla con altri fiori a parlare. E che volando e volando aveva imparato a volerle bene perchè gli uccelli si sa ti stanno vicini ma poi volano via. Il Vento era molto imbarazzato e anche un poco confuso.
"Ma è per questo buon Vento che noi siamo amici tuoi e i fiori no, perchè la nostra natura è uguale alla tua e la loro uguale alla Terra: lei non va mai via" spiegò un Saggio Gufo con la testa piegata.
"E poi la tua natura amico Vento non è quella d'accompagnarti con fiori o animali..." intervenne la Civetta che è uno dei tre uccelli più sapienti del mondo e lo sanno tutti, anche i sassi di ruscello, "...se cerchi compagnia, amico Vento, è alla Terra che hai da parlare, all'Acqua, al Fuoco, al Sole o alla Luna. Noi siamo vostri figli e tra noi parliamo. Guarda!" disse aprendo le ali e volando vicino alle rose.
"Rosa di Campo..." sussurrò la Civetta, e la Rosa di Campo si svegliò "Ben tornata nel bosco, Rosa di Campo. Il nostro amico Vento dice che hai bisogno di un giardino, è vero?" la rosellina intimidita da quel grande rapace così gentile annuì senza dire nulla.
La Civetta allora alzò il suo becco ed emise un grido acuto che fece scappare i conigli, poi i conigli ricordatisi che la Civetta chiamava il Grande Saggio del bosco tornarono perchè lei non badava a loro.
"Stai tranquilla rosellina, ora parleremo al Grande Saggio dell'Aria e troveremo una soluzione" alzò il capo in attesa e con la coda dell'occhio fece l'occhiolino al Vento.
Di lì a poco si udì una frusciare d'ali possente, nel cielo del primo mattino si vide una graaande macchia bianca e gli uccelli tutti si spostarono e per fargli spazio.
Il Barbagianni era giunto.
La Civetta e il Gufo gli spiegarono cosa accadeva e lui rise piano e sommesso.
"Fratello Vento ti domandiamo perdono se ti abbiamo trascurato" poi si rivolse alla Rosa Rossa "Molto bene Rosa Antica, tua madre è fiera di te?" la Rosa Rossa annuì con supponenza, sapeva bene cosa faceva piacere a Mamma Terra lei, che era la civetta delle piante: uno dei fiori più belli tra i fiori del bosco!
Infine il Barbagianni guardò la Rosa di Campo "Dunque a te, fiorellino, serve un buon giardino. Il Vento racconta le tue avventure e le tue storie, gli animali e i ruscelli parlano di te e toccherà a noi, figli del Vento, trovare casa alla sua amica e figlia della Terra. Tu sei bentornata alla Terra e benvenuta nel mondo dell'Aria, piccolo fiore e per te serve un giardino speciale" annunciò aprendo piano le grandissime ali bianche come nuvole.
"Dunque volate uccelli, volate tutti prima ancora che il vento giunga e cercate un giardino per la Figlia della Terra, amica del Vento!".
Gli uccelli allora volarono, in ogni direzione andarono, ovunque di dispersero, corsero via veloci più dell'Aria e i conigli abbassarono le teste dubbiosi che gli scappasse voglia di fare prima del viaggio uno spuntino.
Anche il Barbagianni era sparito e il anche il Gufo. Solo la Civetta era rimasta e sorridendo dal suo becco curvo spiegò al Vento: "Vedi che non sei solo? Non lo sei mai stato né mai lo sarai. Ma tua sorella Terra si che è sola, le hai tolto una figlia per portartela con te e ora le manca. Noi ci impegniamo a volare di più e a giocare con te se tu ti impegni a ridare a tua sorella sua figlia" il Vento soffiò sulla Terra chiedendo scusa, si era solo dimenticato e non voleva che lei stesse sola.
Mamma Terra allora parlò facendo spuntare il fiore più bello di ogni fiore, non solo del bosco ma del mondo: un Fiore d'Ortica.
"Hai insegnato alla Rosa di Campo molte cose, molte ancora ha da imparare e a casa tu non la puoi portare. E' tempo che nostra sorella l'accudisca e la porti a casa da me" e detto questo il fiore d'ortica si scosse e non parlò più.
Proprio in quel momento la terra tra le radici della Rosa di Campo si fece umida. Lei spaventata domandò al vento "Ora non ti vedrò più? Non saremo più amici e non viaggeremo più?".
La Civetta, intanto volata su un ramo la rassicurò "Lui ti seguirà e noi lo precederemo. Saluta tua sorella la Rosa Rossa e anche Mamma Terra!"
Le roselline si abbracciarono e senza volerlo la Rosa Rossa punzecchiò la Rosa di Campo che si scosse un momento prima di scivolare via.
L'Acqua del ruscello, uscita dagli argini, la portò via.
Fu così che la Rosa di Campo iniziò a navigare. Sulla sua corolla il Vento soffiava e correva, prima di lui gli uccelli volavano, e tra le sue foglioline un petalo rosso come il sangue degli animali l'accompagnò.
La Rosa di Campo, l'Acqua e mamma Terra
La Rosa di Campo volava nel Vento quando improvvisamente si ritrovò su di una nuvola.
Si guardò intorno e si accorse che il Vento aveva smesso di soffiare, sembrava affaticato. E questo per il Vento non è normale visto che la sua natura è muoversi sempre senza fermarsi mai.
“Che cos’hai Vento?” domandò la Rosa di Campo.
“Manca l’aria!” spiegò il Vento mentre ansimava.
La Rosa di Campo rimase sorpresa perché in vita sua aveva sempre pensato che il Vento fosse Aria oppure al massimo che fossero fratelli, e se c’era uno non poteva mancare l’altra. Non sapeva come fare perché era su una nuvola e non aveva mai imparato a fabbricare l’Aria.
Così provò a chiamarla: Aria! Aria! Ma l’Aria non rispose.
La nuvola sotto di lei era carica di pioggia, la pioggia nella sua pancia gorgogliava come un fiume sotterraneo e anche se era dentro una nuvola era Acqua viva. La nuvola però non sapeva neanche lei cosa fare e mentre il Vento ansimava la Rosa di Campo si preoccupava.
Rimasero così a guardarsi tutti e quattro: la Rosa di Campo preoccupata, il Vento che ansimava, la nuvola che osservava e la pioggia viva che gorgogliava.
Il Vento dal canto suo stava sempre peggio e la Rosa di Campo iniziava ad intristirsi. Provò a dirsi che il Vento è infinito e immortale e che qualsiasi cosa sarebbe accaduta non poteva svanire nel nulla del Secco; che si sa: quando qualcuno se ne va rimane solo la polvere del Secco se è stato buono, i cattivi invece odorano di cattivo e diventano Marci, che è quello che avevano nel cuore anche quando c’erano. Il Vento era buono, ma siccome era infinitivo e immortale non poteva seccare. Nessuno, neanche le grandi querce, hanno mai visto dell’Aria seccarsi.
Ma poi si accorse che se al Vento mancava l’aria allora non era Aria e allora si preoccupò di nuovo… magari anche la non-Aria poteva seccare…
Mentre la Rosa di Campo si preoccupava, tanto perché non trovava niente di meglio da fare per dimostrare quanto volesse bene al Vento e quanto lo volesse aiutare, la nuvola sotto di lei sussultò, emise un rantolo e la pioggia scese felice da lei verso la Terra.
La Rosa di Campo si infastidì: stupida pioggia che come germogli prima-foglia è contenta di scappare via e vivere come fiume e lago e mare invece di intristirsi per il Vento che sta male!
La pioggia davvero era contenta, le goccine facevano la coda per uscire e tutte eccitate saltavano giù gridando di gioia: yuppi!
Un goccina di pioggia però non saltò. Si arrampicò su Mamma-Nuvola e con fatica si avvicinò alla Rosa di Campo, la superò e guardò il Vento. Il Vento guardò la goccia di pioggia e sembrò respirare meglio. La goccina di pioggia sorrise al Vento e lui inspirò. La Rosa di Campo era un po’ gelosa perché era lei amica del Vento e non riusciva ad aiutarlo, però era anche contenta che lui stesse meglio. La goccina inspirò Acqua dall’Aria, si inchinò al Vento e saltò verso Mamma-Terra.
Il Vento riprese a soffrire e la Rosa di Campo si arrabbiò. Rimase arrabbiata per un bel po’ e il Vento stava sempre più male. La nuvola sotto di lei restava a guardare e la Rosa di Campo si arrabbiò anche con lei che non faceva niente.
Scese la sera e la Luna aprì il suo occhio dalle lunghe ciglia sul mondo allora la Rosa di Campo provò a chiedere a lei ma lei non disse niente. Rimase il silenzio, mentre il Vento iniziava a scomparire.
“È così allora che succede al Vento? Scompare senza seccare?” si disse spaventata la Rosa di Campo.
Vicino a loro degli uccelli volavano via senza avvicinarsi o almeno guardare. Questo faceva male alla Rosa di Campo, tanta indifferenza per il Vento che era amico delle nuvole, che rendeva più bella la Luna allontanandole ogni cosa le passasse davanti, che aiutava gli uccelli nel volo. In fondo lei avrebbe potuto prendersela con il Vento che l’aveva portata via dal suo campo e non l’aveva depositata ancora da nessuna parte però gli era amica e non era indifferente. Era forse questo giusto? Era lei a sbagliare e a vivere nei suoi petali ogni cosa come fosse sua?
Si afflosciò sulla nuvola e la testolina cadde un poco fuori, distratta guardava la Terra dormire, la sua Mamma lontana a causa del Vento.
Giù in fondo c’era un fiume che scorreva impetuoso ed eccitato per le goccine di pioggia che si era mangiato. Il fiume gorgogliò da tanto sotto di lei. Tutto proseguiva normalmente e felicemente mentre il Vento scompariva e lei soffriva, la Rosa di Campo non lo trovava giusto.
Un cervo andò a bere nel fiume, si guardò intorno come se avesse sentito qualcosa e poi alzò il capo in alto, allora emise un verso forte, forte che arrivò alle nuvole. Mamma Terra parlava in tanti modi strani: Cos’è l’Aria, Rosa di Campo?
La Rosa di Campo si risvegliò dal suo torpore perché si sa che quando Mamma-Terra chiama ogni pianta si sveglia.
“Non lo so! Pensavo fosse il Vento!” gridò la Rosa di Campo senza capire che Mamma-Terra sente tutto ovunque senza bisogno di urlare.
“E cos’è il Vento?” gridò il cervo, con i piedi su Mamma-Terra, che parlava per lei.
La Rosa di Campo, che ora riusciva a pensare perché parlava con sua madre non capì subito ma poi ricordò la goccina di pioggia e comprese.
Allora si tirò su con i petali stanchi, strisciò le sue radici umide, si sforzò tanto perché non è nella natura delle piante muoversi senza Vento, ma dopo tanta fatica riuscì ad avvicinarsi al Vento con la testolina.
“Vento, io ti voglio bene” sussurrò esausta. E il Vento soffiò.
E la Rosa di Campo si ritrovò di nuovo sulle ali del Vento a correre, vorticarono assieme come ballando e poi il Vento scese verso il fiume. Il cervo scosse il capo annuendo e Mamma-Terra sorrise. Allora ogni pianta si alzò, allora gli alberi cantarono, gli uccelli volarono nel Vento, il Fiume si agitò e i pesci danzarono fuori e dentro l’acqua, e le nuvole corsero ovunque come germogli e la Luna dall’alto illuminò la valle e parlò: Se dimentichi di amare perché sei troppo presa a volare, se dimentichi di amare perché sei troppo presa a preoccupare, se ti dimentichi di esistere allora anche il Vento scompare e da nessuna parte potrai da sola arrivare.
La Rosa di Campo fece con un petalo una carezza al Vento, poi si concentrò e lasciò cadere il petalo sulla Terra, sorrise e assieme al Vento volò via in cerca del suo giardino.
Mamma terra aprì il suo corpo e fece entrare il petalo, un semino c’era dentro che in silenzio, nella notte, iniziò a germogliare. Un semino d’affetto che il Fiume si impegnò a innaffiare e la Luna ad illuminare.
Così fu che la Rosa di Campo si consacrò ad amare, per amore del Vento, di Mamma-Terra, della Luna e di suo marito il Sole, per amore del Fiume che conteneva una goccina d’Acqua d’Amore che facendone parte lo aveva trasformato in amore a lui stesso; e che quell’amore andava ad ogni pianta nutrendola, poi sulle nuvole e poi riscendeva cadendo in capo a chiunque, cervo compreso, trasformando tutti in piccoli amori.
Sempre ammesso che non fossero troppo distratti per accorgersene...
La Rosa di Campo, il Cantamaggio e il Germoglio
Il Tempo passava sulla Rosa di Campo, sul Vento e sul Cantamaggio e passando scorreva, e scorrendo si portava via qualcosa con se, perché il Tempo è appiccicoso e quando ti passa sopra si porta sempre via qualcosa come lo scotch.
La Rosa di Campo iniziava ad appassire perché non aveva Terra ma neanche Acqua stando sotto il Cantamaggio che la beveva tutta senza volere così che a lei non ne arrivava abbastanza, ma non le importava affatto. Era stanca di girare, era stanca di resistere e pensava al suo petalo che non c’era più.
Il Vento avrebbe voluto avvicinarsi e portarla tra le nuvole a bere ma appena scivolava vicino sentiva il suo odio e scappava via spaventato.
Il Cantamaggio cantava anche se non era Maggio, aveva tanti fiori anche se non avrebbe dovuto averli ma nessuno se ne curava e a lui la cosa non lo infastidiva troppo perché era allegro e pensava ai fatti suoi.
Mentre le prime due foglioline della Rosa di Campo caddero qualcosa sotto di lei brontolò. Per un momento la Rosa di Campo pensò che fosse la Terra che si offendeva perché le sue foglioline secche l’avevano sporcata ma poi si accorse che era una vocetta piccina picciò e che la Terra, lo sanno tutti, ha una voce dolce e profonda come una grotta calda e asciutta.
“Permesso, capperini, come sei pesante, permesso, permesso, ti devi spostare, spostati!, chi sei? Che vuoi? Questa è casa mia, spostati più il là o vola via, permesso, permesso, fatemi passare!” strillava acuta la vocetta ma la Rosa di Campo, essendo una rosa, non aveva né i piedi né le mani per spostarsi.
Allora il Cantamaggio strizzò l’occhio al Vento che gli spinse un ramo pendulo e i suoi fiorellini facendosi forza sfiorarono la Rosa di Campo che si spostò.
Così da dove stava lei si alzò all’improvviso un Germoglio agitato che si guardò intorno “Ho fame, ho sete, voglio Sole, voglio Acqua, chi è l’incosciente che mi stava sopra? Non c’è più rispetto: non si va a morire dove gli altri nascono!” pigolò offeso voltandosi a destra e a sinistra “Chi siete? Dove sono? Oh, noooo!” esclamò vedendo il grande Cantamaggio.
“Povero semino!“ mormorò la Rosa di Campo “Sei andato a nascere proprio sotto il grande Cantamaggio che non ti farà arrivare l’acqua e ruberà tutta la tua pappa dalla Terra con le sue grandi radici, e la sua chioma pendula rapirà il Sole che non baciandoti ti farà diventare giallo, poi fino, fino finché non morirai come il mio petalo perso”.
Il Germoglio intanto aveva capito da solo di essere nato in un prato dove per lui non c’era spazio e si era intristito.
Il Cantamaggio dal canto suo aveva smesso di cantare, succedeva ogni anno che qualche Germoglio nascesse sotto di lui e poi morisse, li ascoltava intristirsi e piangere finché non li sentiva più e ogni volta si dispiaceva tanto che perdeva infiniti petali. Ma i petali che perdeva soffocavano i germogli, così cercava di non farli cadere perché almeno i piccolini vivessero un poco di più.
La Rosa di Campo era dispiaciuta per il Germoglio, che ora non pigolava più e si limitava a respirare aspettando che il suo destino di compisse.
“Dovevo restare nel mio campo! È tutta colpa tua, Vento!” esclamò la Rosa di Campo contro il Vento arrabbiata perché non poteva fare niente. Il Vento la sentì e pensò, poi si accorse che poteva fare qualcosa e corse via. Tutti furono sorpresi di vederlo volare via, tutti tranne il Germoglio triste, triste che aspettava il suo destino.
Quando tornò dalla Rosa di Campo il Vento non le chiese il permesso e la spostò su un ramo del Cantamaggio, che siccome era più vecchio capiva più cose ed era tornato di buon umore.
Il Vento scese di nuovo a Terra e soffiò forte, dondolò e soffio per un giorno intero sul Germoglio. La Rosa di Campo guardava e guardando ricordò e capì: il Vento stava tirando via il Germoglio dalla Terra come aveva fatto con lei; voleva portarlo con sé al posto della Rosa di Campo? O forse voleva portarli via entrambi, le sarebbe piaciuto fare la strada con il Germoglio, così anche se aveva perso un petalo ora avrebbe avuto un Germoglio!
Il Germoglio spaventato pianse e strillò, la Rosa di Campo gli diceva di stare tranquillo ma lui non l’ascoltò come lei non aveva ascoltato la Terra. Strilla, urla e piangi il Vento riuscì a tirare via il Germoglio più facilmente della Rosa di Campo perché era piccolo, piccolo e aveva radici corte, corte. Si alzarono in volo e scomparvero via.
La Rosa di Campo scosse i petali pensando “Mi ha lasciata qui a seccare, non mi importa tanto va già tutto male” ma il Vento tornò subito e senza chiederle il permesso volò il alto e chiamò le nuvole che vedendola così secca e rovinata piansero di corsa per farla bere. E anche se lei non voleva bere bevve, perché non poteva evitare di farlo come non poteva evitare di respirare... era nella sua natura bere.
Quando il Vento si avvide che stava meglio la fece scendere dolcemente verso gli alberi e la Terra fino a una collina verde smeraldo.
Sotto la collina scorreva un ruscello che non era giovane né vecchio perché i corsi d’acqua, lo sanno tutti, non hanno età. Le sue acque allegre bagnavano la collina dall’interno e la collina era allegra e piena di erba che fischiava all’aria motivetti originali, le erbe di campo che se ne stavano lì era pasciute e divertite e parlavano tra loro di quello che accadeva sulla collina.
In cima alla collina, a guardare la valle sottostante dritto e orgoglioso se ne stava il Germoglio con la sua fogliolina al Vento e gli occhi all’orizzonte.
Sotto la collina, nella valle, se ne stava il Cantamaggio che dondolando a ritmo cantava una canzone allegra che salutava la nascita di una nuova pianta e la Rosa di Campo si accorse che la canzone arrivava in ogni angolo della valle e fin sulla collina e proprio di questo parlavano le erbe di campo: è nato un Ulivo piccino, picciò che diventerà grande e grosso e tanta ombra fresca in Estate ci farà!
E il Cantamaggio cantava la storia di una “Rosa di Campo senza petali tranne uno che non c’era” che si era posata sopra un “Germoglio nato dove per lui non c’era posto” e che siccome aveva un favore da chiedere al Vento era riuscita a spostare il “Germoglio nato dove per lui non c’era posto” e permettergli di crescere e diventare un forte Ulivo, che tutti sanno, avrebbe donato saggezza e benessere a tutta la valle perché gli Ulivi portano fortuna.
Il Vento guardò la Rosa di Campo speranzoso, lei sorrise un poco e lui iniziò a girare di corsa su tutta la valle e la collina contento.
Non che lei ora si fidasse proprio di lui ma era disposta a volare di nuovo in lui. O almeno a riprovare.
La Rosa di Campo, il Vento e il Cantamaggio
Il Vento era dolce, dolce con la Rosa di Campo ma lei era profondamente addolorata e arrabbiata con lui perché le aveva strappato il suo petalo. Il suo petalo era rimasto solo e sicuramente era morto di paura. E lei ora odiava il Vento per questo orribile dispetto.
Il Vento era dispiaciuto, non avrebbe mai voluto fare male a nessuno ma la sua natura voleva che a volte si arrabbiasse e soffiasse forte da spaventare il mondo intero, era necessario o sarebbe diventato solo un Ricordo.
Così timidamente dondolava dolcemente la Rosa di Campo e la scrutava ansioso di un sorriso che non giungeva, lei guardava solo il vuoto lasciato dal suo petalo mancante e non parlava più con lui e neanche con le nuvole che ora erano tornate di buon umore: correvano attorno a loro ma né la Rosa di Campo né il Vento avevano voglia di giocare.
Il Vento pensò e ripensò a come farsi perdonare ma non riuscì a trovare nulla da fare, così triste, triste posò delicatamente la Rosa di Campo in un prato e continuò a girarle attorno timido, timido.
La Rosa di Campo non si accorse neppure di essere su un prato e così non mise radici, guardava il suo vuoto pensando al suo petalo e all’odio verso il Vento che provava. Era cattivo il Vento, non c’era proprio da dubitarne.
“Cosa guardi?” domandò una voce alla Rosa di Campo.
“Il mio petalo” brontolò lei senza curiosità verso la voce.
“Non ci sono petali lì” fece presente la voce alla Rosa di Campo.
“Lo so, il Vento me lo ha strappato via!” rispose lei infastidita e piena di rancore.
La voce rimase in silenzio per un po’ e poi chiese “Come si fa a guardare qualcosa che non c’è?”.
“La guardi con gli occhi del cuore” lagnò la Rosa di Campo che voleva stare in pace con il suo dolore.
“Allora tu non sei una Rosa di Campo, sei una Rosa di Campo senza petali tranne uno, che però non c’è” concluse la voce quasi soddisfatta.
La Rosa di Campo pensò un momento alla contorta frase che aveva appena sentito, poi decise che non le importava niente e sgridò la voce “Lasciamo in pace!”.
Ma un coro di vocette cantarono tutte assieme e divertite “La Rosa di Campo con Un Solo Petalo che Non C’è, è come un aquilone senza filo e senza ali: è quello che non è!”.
La Rosa di Campo alzò gli occhi per vedere chi era e se avesse avuto delle grosse spine gliele avrebbe tirate tutte contro.
Si trovò davanti un albero grande, grande che a mala pena vedeva la fine. L’albero grande, grande aveva tante foglie smeraldo e infiniti grappoli di infiniti fiorellini giallo-sole che pendevano mossi dal Vento che ancora girava lì intorno timido, timido. I fiorellini la guardavano e cantavano la loro canzoncina prendendola in giro.
“Ma guarda quanti fiori hai tu! E ogni fiore ha tanti petali!Cosa ne vuoi sapere di cosa si prova a perdere un petalo quando se ne hanno pochi?! Stai un po’ zitto!” strillò all’albero.
“Ma anche tu hai tanti petali, li hai tutti attaccati a dosso” ridacchiò il Cantamaggio scuotendo la sua chioma allegra “Anche io ho perso tanti petali, o perso tantissimi fiori e anche dei grandi rami nella mia vita. Però tu non li vedi perché ne ho ancora” dondolò facendosi accarezzare da un passerotto che cercava riparo tra i suoi fiorellini dispettosi e canterini.
“Sei uno sciocco albero” concluse la Rosa di Campo e non parlò più e non ascoltò nemmeno.
Così rimase lì, senza radici e neppure Vento.
Non che fosse andato via, bene inteso, volava sempre lì attorno, ma non si avvicinava perché gli faceva male sentirsi tanto odiato.
E rimase lì anche il Cantamaggio, che ogni tanto la guardava, ogni tanto guardava il Vento e poi si metteva a cantare ma nessuno dei due lo ascoltava e niente cambiava.
La Rosa di Campo, l'Uomo Aquilone e la Donna d'Argento
La Rosa di Campo dormiva nel Vento quando improvvisamente tutto si mosse: “Un vuoto d’aria” pensò lei, a volte succedeva che lui si distrasse per un momento, magari incantato a guardare la Luna. Ma non era un vuoto d’aria e tutto prese a vorticare e lei volò veloce a destra e sinistra, su e giù, davanti e poi indietro e ogni metro d’aria che faceva ne perdeva due; e intorno tutto vorticava: le nuvole piangevano spaventate, alcune di arrabbiavano con il Vento che le spingeva qui e là e soffiavano fulmini e saette, gli uccelli planavano veloci a nascondersi sulla Terra e la Luna sembrava scomparsa dal cielo mentre le stelle si tenevano strette con le unghie alla tenda blu tessuta dai loro stessi ricordi che le sorreggeva.
La Rosa di Campo non capiva cosa succedesse e tutto andava troppo veloce perché lei riuscisse a pensare come fare a capire. Così planando si ritrovò in scivolata su di una via: la gente scappava tenendosi le mani sulla testa, gli animali si rifugiavano dove potevano, gli alberi si scuotevano strillando alle foglie di aggrapparsi forte per non perdere per sempre i loro GenitoRami, le erbe di campo si chinavano verso la Terra pregandola di stringere le loro radici per non farle volare via e tutto si bagnava di lacrime di nuvola tanto che ai lati della via fiumi di lacrime copiose scorrevano rapendo le foglioline cadute, prima ancora che riuscissero a salutare per sempre le loro MammeCorteccia.
Al centro della via, incurante di tutto stava un uomo anziano, con le braccia aperte e i capelli scompigliati borbottava qualcosa tra le ire del Vento. Teneva gli occhi chiusi perché sassolini e foglioline tristi non ci finissero dentro .
La Rosa di Campo, terrorizzata perché non capiva il motivo di tanto odio da parte del Vento, gli finì quasi addosso e sfiorandogli il volto lo sentì ripetere a se stesso: “…io sono un aquilone, io sono un aquilone…”. Lei gli urlò di scappare e nascondersi dal Vento che arrabbiato lo sferzava sempre più forte, ma le persone non ascoltano mai i fiori e lui rimase lì. Cosa inutile, riuscì a pensare lei scossa e tremante, perché anche se fosse un aquilone non sarebbe comandato dalla mano dell’uomo che tiene il suo filo ma dalla volontà del Vento che gli permette di esistere. E il Vento, i fatti lo dicevano, non era sempre buono.
Puf!
La Rosa di Campo aveva sbattuto con forza contro qualcosa e sentì il calore di una mano cingerla. Alzò gli occhi e vide la Donna sul cui petto la Rosa si era arenata, la teneva gentilmente sul cuore con la mano proteggendola dal Vento infuriato e camminava contro di lui quasi a sfidarlo. Era una Donna dai Capelli d’Argento e con gli occhi blu come il cielo di notte, però era giovane, no vecchia, no giovane, a volte era giovane e a volte era vecchia ma era sempre bella e alla Rosa di Campo ricordava qualcuno ma non sapeva chi. Sapeva solo che lì stava bene anche se la Donna camminava contro il Vento che le agitava i capelli arrabbiato.
Camminò con la Donna d'Argento al caldo del suo cuore per qualche ora, o forse giorno, poi il Vento come aveva iniziato smise di essere arrabbiato. La Donna, tutta bagnata dalle lacrime delle nuvole, aprì la mano e mentre la Rosa di Campo beveva le lacrime constatò “Tò, hai perso un petalo…” alla Rosa di Campo si fermò il cuore!
Dov’era il suo petalo? Dov’era finito? Perché il Vento glielo aveva strappato? Cosa aveva fatto la Rosa di Campo di cattivo per meritare questo? Perché il suo povero petalo era stato portato via, abbandonato a se stesso e sicuramente morto di paura?
La Rosa di Campo era così disperata per il suo petalo da non accorgersi che la donna aveva mormorato sorridendo “Ma gli altri stanno tutti bene” prima di alzarla al Sole pallido e lasciarla volare via con il Vento.
La Rosa di Campo, i Gitani e la Vecchina del Fuoco
La Rosa di Campo volava da così tanto tempo da pensare di aver smesso, dondolava nel Vento e si cullava in sogni di giardini fioriti e ogni tanto si immalinconiva al ricordo del suo campo di erbe di campo. Il Vento danzava con le nuvole dell'Estate alzando le gonne felici di donne accaldate, cullava la Rosa di Campo e giocava, giocava e cantava. Le nuvole correvano volando con il Vento e la Rosa di Campo come cavalli selvaggi, riposavano alla sera addormentandosi alla vista della Luna e sorridevano al mattino alla vista del Sole. E tutto era così naturale e la vita era così uguale istante dopo istante che il Tempo fuggiva, si fermava, giocava a nascondarella e mai sembrava passare.
Ma improvvisamente il Vento virò come un falco che abbia scorto una preda, corse tanto veloce che la Rosa di Campo ebbe paura di cadere, e in effetti cadde: il Vento andò in picchiata verso una casa nel mezzo della campagna attirato da musiche antiche e colori sgargianti persi tra il verde smeraldo dell’erba nutrita da buona acqua. E la Rosa di Campo planò con lui aprendo i petali all’aria e trovandosi posata sul bianco candido di un grande ombrello, nel mezzo del prato, del mezzo del campo.
Prima ancora di aprire gli occhi la Rosa di Campo sentì la musica e le risa, il Vento cantava allegro e vorticava attorno a una Vecchina allegra con i capelli rossi di Fuoco. Vide bambini correre sull’erba a piedi nudi, stoffe dondolare dai rami di grandi alberi allegri, uomini e donne lentamente adagiati sui prati si riposavano, ridevano, suonava e camminavano fra loro vestiti di colori e di espressioni serene e vivaci. Davanti a una casa due uomini suonavano senza badare al caldo dell’Estate, fra gli uomini una donna danzava, una si eccitava commossa, alcune tessevano, altre insegnavano, qualcuno beveva, qualcuno mangiava, qualcuno guardava con la sorpresa negli occhi bambini e affamati. Su di loro la grande casa oscurava di fresca ombra con i suoi colori, la Rosa di Campo scorse prima i colori dei Giochi dipinti sui muri, poi quelli sugli scalini che portavano dentro.
E il Vento la portò nella grande casa: la culla piena di libri, le erbe sulla cucina vecchia come il mondo, e marionette, carte del futuro, quadri che facevano girare la testa, argilla e pelli d’animale ovunque, fino al grande trono con le corna e le pelli bianche di erbivori del Nord, fino ai disegni del Fuoco e al nido dove riposavano le rondini. Poi la volò fuori, passando fra le Rose grandi e felici del giardino, fra i Girasoli sgranati come grida di bambini e la Lavanda profumata come i ricordi, fra le Peonie vanitose e le erbe di campo sagge, e volando e volando la posò fra le mani della Vecchina dai Capelli Rossi come Fuoco.
La Vecchina accolse la Rosa di Campo di verde vestita, le sorrise e la lanciò in aria benedicendola di sorpresa, e sorridendo di gioia le ricordò: tu sei una fata.
E la fata aprì un occhio, uno solo. E Sorrise.
E la Rosa di Campo stordita volò ancora con il Vento, sentendo dentro di sé un sorriso e fuori di sé un occhio aperto.
E piano a piano si ricordò…
(dedicata a D.: che il Deserto canti sempre assieme a te, ieri, oggi, domani e per sempre. Piccola Grande Sorella, grazie.)
La Rosa di Campo e la Donna Bianca
La Rosa di Campo si era svegliata sul ramo di un albero, non che il Vento fosse andato via solo giocava poco più sotto con un lenzuolo steso ad asciugare. Così lei si guardò intorno aspettando che lui ripartisse, ormai aveva capito che il Vento dopo poco riprendeva a correre e non si preoccupò.
Era sdraiata comoda su quel ramo proprio davanti a delle casine. Da una casina proveniva un profumo di vaniglia e cannella come se avessero appena sfornato un dolce e fosse stato messo alla finestra a freddare, c'erano dei panni ad asciugare appesi a un filo di rafia con cui il Vento giocava, c'erano uccellini che cantavano e piante sui davanzali e alla porta.
"Ciao, chi sei?" le chiese un Garofano Rosso come il Sole quando tramonta.
"Sono la Rosa di Campo e tu?" rispose lei timidamente.
"Io sono Garofano Guardiano, ma non ti preoccupare perché so che tu sei una buona rosa di campo" dondolò i piccoli fiorellini il Garofano Guardiano.
"Nella casina a cui fai la guardia stanno facendo le pulizie?" interrogò lei indicando con una piccola spina il grande lenzuolo che si agitava al Vento.
"Oh, no, anzi ogni tanto se ne dimenticano. Il lenzuolo è lì da tanto tempo, penso voglia che se lo porti via il Vento" rispose Garofano Guardiano piegando sue foglioline grassocce.
"Il Vento ci gioca ma porterà via me, non penso si porterà via anche lui" si dispiacque la Rosa di Campo.
"Lo sa anche lei, ma lo lascia fuori lo stesso perché non lo vuole più in casa, solo nei ricordi" annuì Garofano Guardiano.
La Rosa di Campo guardò la casina accanto. Non c'erano piante, il giardino non era curato e qualche finestra aveva l'aria di essere rimasta chiusa per troppo tempo, non sentiva profumi provenire da lì ma solo un vago odore di chiuso.
"Lì non vive nessuno?" domandò ad alta voce anche se avrebbe voluto solo pensarlo per non disturbare troppo.
"Oh, si, ma prima ci viveva anche qualcun altro. Da quando la Terra se l'è portato via però sembra che non ci viva più nessuno" rispose a bassa voce il Garofano Guardiano come se dicesse un segreto o come se qualcuno a parte le piante potesse capirlo.
"Come mai parli piano?" interrogò incuriosita la Rosa di Campo abbassando anche lei la voce.
"Perché lei sta mettendo i dolci alla finestra e potrebbe sentirmi, lei a volte capisce quello che diciamo e siccome penso che il lenzuolo rimanga appeso proprio perché quella casina non apre le finestre lo dico piano per non ricordarglielo. Sono un Garofano Guardiano coscienzioso" spiegò mormorando lui.
"Peccato che non hai le mani o potresti aprirle tu le finestre..." propose la Rosa di Campo.
"Oh, no, piccola Rosa. Anche lei, che mette alle finestre dolci e piante ha le mani ma sa che non vanno aperte le finestre degli altri. Ognuno deve essere pronto ad aprire la sua" scosse il capo rosso il Garofano Guardiano guardandola con la dolcezze di chi spiega qualcosa che sanno tutti.
La Rosa di Campo pensò un po' e poi propose: "E se provasse a mettere fuori un dolce invece che un lenzuolo? Forse chi abita la casina avrebbe fame e uscirebbe" le sembrava una buona idea.
Ma una voce da dentro la casa del Garofano rispose dolcemente "Non ci sono desideri da realizzare per chi non vuole più ascoltare la voce del Vento, non ci sono dolci da assaggiare per chi non vuole più annusare il profumo della Terra, non c'è sete da colmare per chi non gioisce più accarezzando le acque di un Fiume e non ci sono gesti che possano scaldare il cuore di chi non si fa più incantare guardando un Fuoco scoppiettare..." e la Rosa di Campo vide uscire una donna dai lunghi capelli arruffati e un lungo abito bianco con cui il Vento si mise a giocare tirando ora di qui e ora di lì.
La donna accarezzò il Vento sul capo come se fosse un bambino e gli sorrise "Ben tornato mio amico Vento" gli disse, e lui tirò più in fretta l'abito contento. Poi guardò la rosellina sul ramo e sorridendo le porse una perla dicendo: "E' una perla di acqua concentrata che mi ha donato lo spirito del fiume, portala con te così non avrai mai sete".
La Rosa di Campo divenne tutta rossa, rossa e ringraziò intimidita.
"Porta con te ogni malo pensiero Vento, abbandonalo lontano da qui e regalalo a chi deve imparare qualcosa che non riesce ad apprendere tra i bei pensieri" propose la donna al Vento che iniziò a girare come un vortice sulla casina e su di loro finché non ebbe preso abbastanza, allora inspirò se stesso e di scatto volò via portando con sé anche la Rosa di Campo e la perla del Fiume.
Volarono e volarono finché il Vento non decise di rilasciare i mali pensieri sul capo di qualcuno a cui avrebbero fatto bene. Poi smise di correre e si rilassò dondolandosi in se stesso soddisfatto.
"Vento...?" lo chiamò la Rosa di Campo "Chi era quella donna bianca?" e lui voltò i suoi tanti sguardi e con le sue mille voci le spiegò "Una donna che ricorda chi è, una donna della Foresta".
La rosellina non capì bene ma non insistette "E come mai non apre le finestre della casina vicina alla sua? Penso che potrebbe farlo..." domando la Rosa di Campo.
"Perché prima di aprire le finestre degli altri devi avere imparato a parlare anche con ciò che non parla più così da poter capire ciò che è Bene e ciò che è Male. Sai che a volte ci sono persone che amano soffrire? Può sembrare strano a una rosa che esistano persone così ma se pensi al Salice, che ama piangere, capirai che alcuni con la tristezza si sentono a casa. Allora non sarebbe giusto costringerli a uscire dalla loro casa se lì desiderano abitare".
Alla Rosa di Campo questo discorso non piaceva, lei pensava che fosse sciocco volere vivere nella tristezza e come il salice stare sempre a piangere. Pensava che il Salice si pensasse affascinante così, e forse lo era anche, ma che non potesse mai gioire del suo fascino essendo sempre disperato.
Ma poi Signora Pioggia scese dolcemente su di loro e il Vento si mise a parlare fitto fitto con lei, e la Rosa di Campo lasciò scivolare via ogni pensiero sulla tristezza dalle foglie assieme alle goccine di pioggia.
E si sorprese a pensare: "Regalalo a chi lo vuole, ma portalo via da me".
La Signora Pioggia sorrise.
La Rosa di Campo ricorda chi è?
La Rosa di Campo dormiva cullata dal Vento che si era fatto sussurro per non svegliarla. Dormiva e sognava, sognava e si svegliava, poi dormiva ancora ma sognava ancora e allora si svegliava ancora.
Dormiva e sognava Grandi Rose di Campo, con rami lignificati, duri e alti; con spine di roccia grandi tanto da sembrare scalini su cui poter salire; e spesse foglie verde quercia, e petali di un porpora tanto intenso da sembrare quasi neri; e fiori tanto aperti da ricordare una sala da ballo per piccole fate.
E si svegliava per ritrovare se stessa nei suoi rami verde chiaro, nelle sue foglioline ancora fresche, nelle spine sottili da piegarsi con le dita e nei suoi petali rosso chiaro, chiaro, da brillare al Sole.
E poi dormiva ancora e una di quelle Rose di Campo antiche e grandi era sempre lì: seria, seria, zitta, zitta ma sempre lì.
E lei si svegliava ancora e le pareva che quella grande Rosa di Campo le ricordasse qualcosa, un petalo di passato nascosto sotto tanti altri petali: si rivide bocciolo di campo intenta ad osservarlo, il campo. Era un campo grande, grande e lei, bocciolo, si mise paura sentendosi piccola, fragile e sola. Poi vide la Grande Rosa di Campo seria, seria, zitta, zitta, che senza dirle nulla parlava e diceva: io sono qui, bocciolo di campo, per te.
Allora mezza addormentata e mezza sveglia chiese al Vento: “Vento perché la Grande Rosa di Campo mi appare sempre nei sogni?”
E il Vento sorrise rispondendole: “Perché ha qualcosa da dirti, Rosa di Campo”.
E lei stropicciandosi un petalo domandò ancora al Vento: “Ma la Grande Rosa di Campo è stata portata via dalle Acque tanti anni fa, non può più parlare”.
E il Vento rise piano, la guardò da uno dei suoi mille occhi e mormorò piano: “Io porto con me le voci del passato che non muoiono mai, le voci del presente che non riescono a raggiungerti e quelle del futuro che devi ancora incontrare, Rosa di Campo. Ascolta quel che ha da dirti, la Terra è una per tutti e dalla Terra lei ti chiama per chiederti qualcosa”.
E nel mentre il vento parlava sussurrando la Rosa di Campo chiese di non avere paura mentre sognava o non avrebbe ascoltato la Grande Rosa di Campo, e si addormentò di nuovo.
E sognò.
Sognò la Grande Rosa di Campo dai petali porpora bruciati dal Sole e dal Tempo. Se ne stava ferma, seria, seria, zitta, zitta.
La Rosa di Campo chiese timidamente: “Cosa c’è Nonnorosa?” .
E anche se la Grande Rosa di Campo non parlò, lei sentì: ricordi chi sei? Ricordi me? C’è qualcosa che devi fare, ancora, prima di trovare il tuo campo.
Così la Rosa di Campo si commosse un poco e mormorò: “Perché chiedi a me? Io sono ancora fragile e piccola rosa, dovresti chiedere a chi può fare, con rami più lignificati e petali più scuri…”.
Ma senza parlare la Grande Rosa di Campo disse: Perché solo tu puoi parlare con me, gli altri anche se li inseguo a cavallo del Vento non vogliono ascoltare, loro non ricordano chi sono, loro hanno perso la Terra, bocciolo di rosa.
Allora la Rosa di Campo si sentì privilegiata ma ancora disse: “Io non ho rami tanto forti, nonnorosa, non sono forti neanche per tenere su le mie foglie giovani. Se vuoi che faccia devi darmi forza”.
Così la Grande Rosa di Campo sembrò sorridere, anche se rimaneva seria, seria e senza parlare disse: tu hai la mia forza, hai la sua forza, la nostra forza e quella di chi verrà, ma su questo sei ancora come gli altri e non ci credi; credici, ascoltalo, prendi questa forza e fai quel che devi fare. E’ tempo, ogni cosa ha il suo Tempo: questo è il tuo Tempo. Tu sei qui, bocciolo di rosa, per me?
E la Rosa di Campo si svegliò, allargò le foglie sul Vento e lui ridendo iniziò a correre più forte.
La Rosa di Campo si sentiva ancora un bocciolo, ma il solo sapere che la Grande Rosa di Campo era lì vicino la rendeva più forte.
E il Vento chiese correndo: “Ora sai chi sei? Te lo sei ricordata?”.
Lei annuì: "Mi sono anche ricordata che devo fare una cosa ma non so come farla, Vento!”.
Lui superò un albero indiscreto e troppo alto e poi mormorò sorridendo come se l’aria in cui correva gli spostasse gli angoli della bella bocca: “Chiedi aiuto al Cielo e alla Terra, alle Nuvole e alla Pioggia, alla Luna e al Sole, chiedi aiuto a me e qualcuno, tramite me, ti risponderà cosa fare! E poi falla! Se tutto si ferma è perché qualcosa va ancora fattaaaa…!!” e volò a zigzag tra le nuvole e il Tempo fermo, perché era Il Tempo.
La Rosa di Campo, il Tempo, il Fiume e il Vento
La Rosa di Campo volava nel Vento, ancora spaventata aveva preso a guardare il mondo da quella veloce altezza.
E il Vento correva, correva e si soffermava, le donava piccoli angoli di esistenza e poi riprendeva, giocava e si faceva quieto per la notte.
La Rosa di Campo guardava e il Vento volava.
Le Nuvole ascoltavano il Vento narrare, poi bagnavano la Rosa di Campo, a lei mancava sempre più la Terra, però si abituava.
Un giorno il Vento decise di fermarsi per un po’ in una via e soffiò prima in su e poi in giù senza stancarsi, quello era il modo di fermarsi del Vento: senza fermarsi mai.
Così la Rosa di Campo conobbe un uomo che ogni giorno si svegliava, ogni giorno mangiava e si lavava, ogni giorno lavorava, ogni giorno a casa tornava, e ogni giorno si addormentava. Era un uomo triste e la sera pensava: gli sarebbe piaciuto essere speciale, e se proprio non poteva esserlo che almeno qualcuno lo trovasse tale. All’uomo piaceva viaggiare, ascoltare e imparare ma aveva smesso di leggere, viaggiare e dialogare.
Il Vento riprese a volare e la Rosa vide allontanarsi la finestra dell’uomo prigioniero del suo voler essere speciale che lo rendeva poi veramente a tanti uguale.
La Rosa di Campo si domandò se volesse essere speciale e si rispose di no, lei voleva solo che qualcuno sapesse indovinare quanti petali avesse fino al cuore e non perché così le avrebbe dimostrato interesse ma perché così le avrebbe potuto rispondere in quanto lei stessa lo ignorava.
Poi il Vento soffiò lungo una piazza, girò intorno senza rispettare alcuna precedenza (al Vento non piace lo si metta al livello degli esseri umani o degli animali almeno che non siano selvaggi e senza regole di precedenza, come i Rom o i gabbiani) e mostrò alla Rosa di Campo giovani uomini e donne.
Molti di essi non volevano morire, allora per evitarlo evitavano di invecchiare e la Rosa di Campo non riusciva a capire chi fosse adolescente e chi fosse adulto. Poi il Vento passò più vicino a loro e lei si accorse che alcuni avevano il volto solcato dalle rughe profonde dell’insoddisfazione e gli occhi spenti dalla frustrazione e capì che loro erano morti prima ancora di sbocciare perché avevano perso il Tempo (che anche lui è molto permaloso, anche più del Vento).
E mentre il Vento la portava via la Rosa di Campo guardò allontanarsi i veri giovani con gli occhi accesi dall’incoscienza di chi si pensa immortale e nessun destino davanti, perché il destino lo ha ancora stretto in mano.
E capì che ogni cosa ha il suo Tempo e che recuperare il Tempo è la cosa più difficile che ci sia perché prima di farlo si deve smettere di odiarlo e poi farsi anche perdonare.
La Rosa di Campo chiese alla Luna che intanto compariva nel cielo perché il Tempo fosse tanto odiato e perché lui, il Tempo, non lo capisse.
La Luna dondolò su se stessa prima piano, poi più forte e poi, di colpo, si ribaltò. La Rosa di Campo si spaventò, ma poi si avvide che formava un sorriso nel cielo.
E la Luna disse che il Tempo faceva paura ad alcuni perché scorreva come un fiume senza fermarsi mai, e così loro per dispetto si fermavano e stretti e piccoli restavano, ma questo non era giusto perché loro non erano né Tempo, né Vento, né Fiume.
Poi borbottò infastidita e allontanò una stella piccina picciò che le stava proprio sotto la curva di luna… ecco vedi? Disse la Luna. Come questa stellina qui che mi sta sempre vicina come fosse Luna anche lei. Ognuno ha la sua Natura, Rosa di Campo, e se cambi Natura la natura si offende, e i figli della nuova Natura alla cui porta bussi non ti aprono perché non ti hanno mandata a chiamare. Tu vuoi essere uccello o nuvola?
No, no, rispose la Rosa di Campo, io vorrei un bel giardino con tanti fiori con cui parlare, acqua buona e terra salda.
La Luna allora sorrise, dondolò, e si rigirò.
La stellina intanto era stata allontanata e scivolò nella Via Lattea, lì la Rosa di Campo la vide scomparire fra tante altre stelline.
Sospirò e si addormentò nel Vento, sognando una terra fertile e dell’acqua che venisse da sotto e non sempre da sopra.
La Rosa di campo e le Piante dell'Amore
La Rosa di Campo così volava, volava e guardava, conosceva e intanto migrava.
Il Vento a cui piaceva girare la trasportava e pensando di farle un piacere prolungava il viaggio facendole vedere cose che non avrebbe mai visto perché, si era detto, almeno così una volta nella vita le vedrà.
La Rosa di Campo nonostante fosse spaventata e volesse solo ritrovare laTerra sotto le radici, suo malgrado, si interessò a quello che vedeva.
E vide tante persone piantare le piante dell'amore: alcune le piantavano a testa in giù perché non crescessero mai piantine e poi piangevano perché non vedevano foglioline; altre seminavano piante tropicali che non sarebbero mai nate perché erano troppo diverse, magari belle per questo, ma per questo impossibilitate a crescere; e tante interravano in fretta una piantina delicata con un solo germoglio, poi la annegavano di acqua perché crescesse in fretta, la piantina però marciva perché le cose costruite senza tempo non hanno mai tempo.
La Rosa di Campo guardava e suo malgrado si domandava.
Lei aveva voluto cambiare campo e andare in un giardino e forse era come affogare una piantina di attenzioni senza pazienza. Si chiedeva, senza darsi risposta.
La Rosa di Campo e il Vento
La Rosa di Campo se ne stava sola in mezzo al Vento, parlava con le Nuvole e di notte con le Stelle. Desiderava un bel giardino e tanti fiori con cui parlare per poter essere un paesaggio ma era cresciuta da sola nel campo. Allora poteva parlare solo con le Nuvole, le Stelle e ogni tanto qualche Erba che, chissà come, le cresceva accanto.
La Rosa di Campo aveva imparato molte cose dalle Erbe che ogni anno nascevano, morivano e nascevano di nuovo. Ma continuava a sognare un giardino pieno di fiori in boccio, gialli, azzurri, rossi, rosa e bianchi, qualche ciuffo di Lavanda viola e una Gardenia presuntuosa.
E il Sole nasceva, tramontava, calava e cresceva mentre la Rosa di Campo guardava le Nuvole e le Stelle.
Un giorno il Vento notò la Rosa di Campo e se ne intristì.
Il Vento per sua natura era abituato a correre di qui e di lì, senza casa né riposo. Gli piaceva, al Vento, la sua vita e quella della Rosa di Campo in mezzo a un campo che non desiderava lo intristì.
Allora il Vento prese a soffiare forte, abbastanza forte ma non troppo da fare male alla Rosa di Campo. Il suo desiderio fu di spostarla altrove, di trascinarla in un giardino di fiori colorati dove ogni giorno sarebbe potuto passare e trovarla a parlare con altri boccioli ma anche con le Nuvole e le Stelle. E avrebbe potuto rivolgerle anche la parola a quel punto, il Vento.
Ma la Rosa di Campo che era sempre vissuta lì senza mai spostarsi si spaventò. Ancorò le sue radici nella Terra e tremò tutta di paura.
Da sotto la Terra si sentì prendere per i capelli, e non le fece molto piacere. Alla Terra, stabile e lenta per natura, non piacevano i cambiamenti improvvisi così borbottò infastidita: "Rosa di Campo, cosa ti prende?".
La Rosa di Campo tremando disse che il Vento la stava portando via e la Terra rispose: "Lascialo fare, Rosa di campo, il Vento è un buon amico, un po' irruente a volte e con l'animo di una zingaro di altri tempi, ma fidati di lui e fatti trasportare".
La Rosa di Campo però si faceva tante domande: dove mi porterà? Ci sarà terra sotto le mie radici e acqua sulle mie foglie? Io qui ormai mi sono abituata a stare, anche se non mi piace...
Il Vento sospirò. Lui davvero non capiva questo attaccamento a un campo che alla Rosa di Campo non piaceva. Allora un giorno si diede per vinto, il giorno dopo ci riprovò, il giorno appresso si diede per vinto e così via... giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.
Poi venne la Primavera.
La Rosa di Campo come tutti i fiori in Primavera sapeva di dover fiorire ma a forza di aggrapparsi alla terra un giorno e l'altro no era stanca e aveva molta poca voglia di fiorire. Era ancora tutta impaurita ma nei giorni in cui il Vento non si dava per vinto la Terra le borbottava il suo roco sussurro di fiducia.
Allora piano a piano la Rosa di Campo lasciò un capello della terra, poi un altro e un altro ancora. Il Vento lo notò e soffiò più leggero ma senza più darsi per vinto.
Fu così che piano e piano la Rosa di Campo scoprì qualcosa che nessuna pianta avrebbe mai pensato di scoprire: il volo.
La piccola Rosellina di Campo volò nel Vento, tutta spaventata. Vide il suo campo odiato ma conosciuto allontanarsi, cercò di salutare la Terra con una fogliolina e le venne da piangere perché lei alla terra voleva davvero molto bene, e osservò le Stelle per la prima volta muoversi così che quelle conosciute si allontanavano e nuove Stelle scorbutiche e silenziose apparivano. L'unica cosa che la consolava erano le Nuvole che sembravano invece tanto contente, le correvano dietro, la superavano, quasi giocavano e lei poteva sentirle ridere (perché la Rosa di Campo aveva imparato la lingua delle nuvole con tutto il suo stare ferma senza fiori con cui parlare).
